Bollettino
Per scriverci:
Considerazioni sugli Italiani d’Egitto
Giovanni OMAN *
Sulle attività della colonia italiana in Egitto bisogna riconoscere che è stato scritto molto poco. Inoltre, quanto si è pubblicato si arresta, in genere, agli inizi di questo secolo. Il lavoro più consistente rimane difatti ancora quello di L.A. Balboni “Gli Italiani nella civiltà egiziana dei secolo XIX” (Alessandria d’Egitto, 1906), in tre grossi volumi pieni, di ricordi personali e di divagazioni apologetiche, a volte anche patetiche, ma zeppo di notizie biografiche e di dati difficilmente rintracciabili altrove. Una sintesi di questo materiale, integrata da notizie sulle relazioni commerciali fra l’Italia e l’Egitto da “ prima del Risorgimento nazionale” fino al 1911, che lo storico Angelo Sammarco trova “bene sviluppata”, si trova nel volumetto di E. D. Bigiavi intitolato “Noi e l’Egit¬to” (Livorno 1911, pp. 152). La Società “Dante Alighieri” dedicò, poi, il suo Calendario nazionale del 1904 a: “L’elemento Italiano in Egitto”, raccogliendo articoli di vari autori sull’argomento. Infine, per il periodo più recente c’è il libro di Angelo Sammarco intitolato Gli Italiani in Egitto, “II contributo italiano nella formazione dell’Egitto moderno” (Alessandria d’Egitto 1937, pp. 200 T XXVI) che, pur avendo finalità propagandistiche, è stato redatto con serietà scientifica. Notizie varie si trovano in articoli di giornali, riviste periodici e libri di viaggi. Manca un’opera completa che, senza lungaggini e falsa retorica, metta in giusto risalto l’imponente contributo portato dagli Italiani d’Egitto alla formazione dello stato moderno.
Nell’attesa che si dia inizio ad un lavoro del genere, mi sia permesso di fare alcune considerazioni su certi dati di fatto che rivestono sicura importanza. Innanzitutto, questo contributo di lavoro, oltre che importante, è anche diverso, nello spirito, da quelli pur tanto apprezzabili, sotto altri aspetti (uno primeggia fra gli altri ed è quello delle rimesse) forniti da altre comunità. Il contributo italiano di lavoro in Egitto presenta singolari analogie con quel complesso apporto di cognizioni, consigli, specializzazione che va oggi sotto il nome di assistenza tecnica. Si può dire che ne è stato il precursore.
Se ho detto imponente, non è senza ragione: è sufficiente fare un piccolo elenco di alcune delle attività amministrative o edilizie iniziate o avviate da Italiani. Il Catasto regolare fu introdotto in Egitto da Mohamed Ali verso il 1820 e fu opera di Lorenzo Masi. I servizi regolari di posta iniziarono, in forma privata, con la creazione di un ufficio per l’inoltro e la distribuzione della corrispondenza nel 1820 ad opera di Carlo Meratti. Più tardi, fu chiamato Posta Europea, e fu così efficiente che, nel 1862, il Governo egiziano soppresse il proprio servizio, affidando la corrispondenza alla
“Posta Europea”. Tre anni più tardi lo stesso Governo egizia¬no la acquistò, assorbendo tutto il personale. Dietro suggerimento dello statista Antonio Scialoja, si pensò di riordinare l’ufficio di statistica esistente e, nel 1876, il compito fu affidato a Federico Amici Bey.
Nel campo delle costruzioni e dei lavori pubblici, sarà sufficiente ricordare la partecipazione italiana alla progettazione e costruzione del Canale di Suez, l’erezione del grande molo di Alessandria portato a termine dall’impresa Almagià, la messa in opera della ferrovia dell’oasi di Kharga della ditta Dentamaro e Guzman, la parte avuta da ditte italiane nella costruzione della diga di Aswan, sul Nilo, il teatro dell’Opera, e palazzi pubblici e privati a non finire.
Pure, non vi sono stati casi di italiani che abbiano accumulato ricchezze e fortune ingenti
Sulle cause che spinsero gli Italiani ad emigrare in Egitto fin dall’inizio del 1800, è da notare che, tranne una piccola parte dedita al commercio, gli altri erano per lo più profughi sfuggiti alle persecuzioni politiche contro i patrioti “ italiani” rei di vagheggiare un’Italia unita, nei Regni di Sardegna e delle Due Sicilie, dei vari ducati, dopo le rivoluzioni dei 1820 a Napoli, del 1821 e 1832 in Piemonte, e dei moti del 1831 a Modena, Parma ed in Romagna. Saldi in questa loro concezione unitaria dell’Italia, gli Italiani d’Egitto offrirono generosamente rifugio e protezione ai nuovi profughi delle sanguinose reazioni del 1848.
Pochi sanno, tuttavia, che gli Italiani d’Egitto fornirono per primi ed in misura proporzionalmente maggiore alle varie regioni d’Italia, volontari e mezzi per le guerre di liberazione e d’indipendenza del 1859 e dei 1866. Di questa partecipazione, di una generosità senza pari, tenuto conto dell’ambiente di lavoro da cui veniva, diede atto Michele Ungaro in un discorso tenuto dinanzi al Parlamento italiano, a Firenze, nella seduta del 21 marzo 1870. Di questa partecipazione c’è anche testimonianza negli Archivi dì Vienna dell’Imperial Regio Governo austriaco. L’Agente diplomatico austriaco, per ovvie ragioni, segnalava difatti al proprio governo tutte le manifestazioni patriottiche della colonia “italiana”. Nel 1877, i Reduci delle patrie battaglie fondarono al Cairo una loro Società, che ebbe, nei 25 anni di vita, notevoli attività e benemerenze. Ne è prova la petizione, esaudita, rivolta nel 1880 a Benedetto Cairoli allora Ministro degli Esteri, per chiedere di ristabilire al Cairo il Consolato d’Italia, non essendo più sufficiente un Vice console a curare gli interessi della colonia. Alcuni anni dopo, la Società si fuse con l’Unione dei militari in congedo creata agli inizi del secolo.
La partecipazione degli Italiani d’Egitto all’ultima guerra d’indipendenza non è stata per numero (oltre quattromila arruolati su un totale di 40.000 persone) e per caduti (nei cimiteri di Alessandria e dei Cairo vi sono ancora le lapidi con gli interminabili elenchi) meno generosa di quella delle guerre precedenti.
Ancora un fatto che pochi conoscono: la storia degli istituti italiani di educazione all’estero fu iniziata dagli italiani d’Egitto. II 20 marzo 1861, pochi giorni dopo che i deputati del primo Parlamento italiano avevano proclamato Vittorio Emanuele II Re d’Italia e Roma capitale del nuovo regno, la colonia d’Alessandria, in una solenne adunanza, stabilì la fondazione di un Collegio italiano, aprendo, una sottoscrizione che fruttò somme ingenti. Fu la prima scuola italiana all’estero. Della eccellenza degli studi che si svolgevano nel Collegio italiano si hanno gli apprezzamenti di personalità al disopra di ogni sospetto di possibili parzialità, quali Dor Bey, ispettore generale della Pubblica Istruzione egiziana nel 1870, e dello stesso Khedive Ismail.
Per terminare, non si può fare a meno di pensare a questo curioso destino degli Italiani di Egitto, profughi per sfuggire alle persecuzioni politiche nel loro paese di origine prima dell’unità, ed ora nuovamente profughi in Italia per fare posto alle nuove generazioni di lavoratori egiziani dopo il giusto inserimento dell’Egitto nel novero delle nazioni libere. Colpisce tuttavia, chi li avvicina e li conosce, il senso della loro grande dignità, pur sotto i duri colpi inferti da un destino inspiegabilmente crudele e beffardo che imponendo loro due volte la stessa crudele prova, ha infierito, nell’ultima, facendo gustare a tutti l’amarezza estrema di essere disconosciuti nelle più misurate e sacrosante richieste dai fratelli per i quali essi non hanno esitato a più riprese ad offrire, senza nulla chiedere in cambio, uno dei beni più preziosi al mondo: il loro sangue.
*Islamista e Docente di arabo
Università Statali
da il Bollettino degli Italiani d’Egitto
gennaio /1970
Origini e sviluppi della colonia italiana in Egitto
Angelo Sammarco*
La penisola italiana, per la sua privilegiata posizione nel Mediterraneo, è la naturale intermediaria fra l’Oriente e l’Occidente. Situata come un immenso molo fra le due penisole mediterranee, anzi nel centro di tutti i paesi mediterranei – che hanno avuto il privilegio d’elaborare, mediante la facilità degli scambi e delle influenze, la più alta forma di civiltà – essa è stata fin dalla più remota antichità allacciata da rapporti con l’oriente, e per lunghi secoli ha esercitato, con grande vantaggio del progresso, la funzione di paese di transito fra l’Oriente ed i paesi dell’Europa centrale e occidentale. A cominciare dagli ultimi anni della Repubblica romana, gli abitanti della Penisola hanno avuto quasi ininterrottamente fino ai giorni nostri, cioè per più di due millenni, una parte principale talvolta quasi esclusiva, nelle relazioni frequenti e molteplici, commerciali, politiche, religiose e culturali, che l’occidente ha intrattenuto con i territori orientali. Fra i quali spetta il primo luogo, forse più che alla Siria e alla Palestina, nelle relazioni con la nostra regione all’Egitto, situato sulla strada più comoda e vantaggiosa delle comunicazioni con l’Estremo Oriente, ricco esso stesso di prodotti ricercati, e attraente per la sua storia più volte millenaria.
Il periodo più glorioso dei rapporti dell’Italia con l’Egitto è tutto il Medio Evo, quando innumerevoli viaggiatori italiani visitano l’Egitto: sono trafficanti, pellegrini, religiosi, navigatori, uomini d’armi, e anche viaggiatori desiderosi di apprendere. Frequenti sono anche i rapporti diplomatici; poi si stringono veri trattati fra l’Egitto e i vari Stati italiani. Data questa intensità di rapporti, fin dal secolo IX si costituirono in Egitto, come in tutto il levante, colonie amalfitane, pisane, genovesi, veneziane, ecc., che ottennero dallo Stato ospite, in considerazione della loro grande utilità, numerosi privilegi, origine prima delle moderne capitolazioni, per cui esse vivevano come sul suolo della Patria lontana con magistrati, chiese, ospedali e altre istituzioni loro proprie.
Questi lembi di territori nazionali erano per i nostri commercianti non solo centro di espansione economica, ma anche di irradiazione culturale nelle terre straniere. Del che è incontrovertibile prova il fatto che a poco a poco nel Levante, anzi in tutto il Mediterraneo e in ispecie nell’Egitto e nella Palestina, la lingua italiana, sia pure alterata dalla immissione di molti vocaboli dialettali delle nostre città marine e di molte voci locali, divenne la lingua del commercio, della diplomazia e della cultura.
Ma anche dopo che le scoperte geografiche del Colombo e del Vespucci e la scoperta della via marittima diretta per le Indie ebbero svalutato le antiche vie del Mediterraneo sulle quali l’oriente aveva fino allora avviate le sue merci all’Europa, le rive italiane continuarono ad essere allacciate agli scali del Levante, e le relazioni commerciali fra i due paesi, sebbene ridotte a stanchi scambi di aspetto locale, non cessarono; e le antiche concessioni alle nostre colonie non furono soppresse dalla nuova dominazione turca.
Nuclei di nostri connazionali persistettero tenacemente nel Levante, accostandosi e mescolandosi a greci e a israeliti, i due elementi favoriti dal Governo ottomano; e la lingua italiana rimase come lingua dei traffici e della diplomazia.
Se pertanto l’attuale Colonia italiana in Egitto e, nel suo complesso una formazione del secolo scorso, essa s’innestò sulla base di alcuni elementi rimontanti all’epoca delle nostre città navigatrici e colonizzatrici.
La colonia europea cominciò a prendere incremento in Egitto durante i primi decenni del secolo XIX, quando cioè Mohammed Ali, con la potenza dell’autentico uomo di Stato, trasse l’Egitto dal caos di anarchia in cui si trovava, gli dette ordine e sicurezza, e lo avviò a divenire un paese civile. Per attuare la grandiosa trasformazione il geniale Sovrano ricorse, con ammirabile spirito di tolleranza e grande larghezza di vedute, all’aiuto degli Europei, che trovavano in Egitto non solo tranquillità e protezione ma anche cordiale accoglienza e spesso lucrose occupazioni. Più numerosi e volenterosi che le altre popolazioni rispo¬sero all’appello di Mohammed Ali, gl’Italiani, che conoscevano da lungo tempo le vie del Levante e ricevevano una spinta ad emigrare anche dalle tristi condizioni politiche della patria. In Egitto, infatti si diressero molti profughi italiani che s’erano compromessi nelle varie vicende rivoluzionarie della Penisola.
E per tutto il secolo XIX, specialmente nella prima metà, cioè nel periodo decisivo della storia dell’Egitto moderno, gl’Italiani hanno contribuito in maniera efficacissima al Risorgimento di questo Paese in tutti i campi della vita politica e civile.
L’esame di numerose fonti storiche, rimaste finora ignorate, dimostrano in maniera incontrovertibile che anche sotto l’aspetto politico il concorso italiano alla formazione di uno Stato egiziano indipendente e forte fu veramente prezioso e generoso, se pur dato dapprima da individui singoli. Ma questi individui furono uomini forniti da tale capacità ed energia che la loro opera a favore dell’Egitto valse quanto l’appoggio che diplomaticamente poteva dare un governo. Essi posero senza riserva o mira interessata le loro eminenti qualità a servizio del creatore dell’Egitto moderno, Mohammed Ali, consigliandolo e assistendolo nell’azione riformatrice e nelle conquiste territoriali contro la Porta. Anche nell’azione militare l’opera di alcuni Italiani fu molto importante.
I consiglieri più intimi e fidati di Mohammed Ali, specialmente nel suo periodo della difficile ascesa, furono due italiani, il conte Carlo de Rossetti e Bernardino Drovetti, il primo in qualità di console austriaco, il secondo in qualità di console francese. E anche due italiani, i colonnelli del genio Giovanni Romei e del Carretto, diressero vittoriosamente i lavori d’assedio contro San Giovanni d’Acri, decidendo così tutta la prima campagna dell’Egitto (1831-¬1833) contro la ‘Turchia. La marina egiziana, che fu uno dei più potenti mezzi dell’espansione e della potenza egiziana, venne in gran parte costruita in Italia.
Quanto alla vita amministrativa si può dire, senza tema di esagerare, che i più importanti servizi pubblici egiziani sono d’istituzione italiana, e che essi funzionarono per moltissimo tempo con un personale quasi interamente italiano.
Tralasciando altre benemerenze minori ricordiamo che l’opera italiana è stata il fattore essenziale nell’istituzione di tre rami principali dell’amministrazione: il catasto, le poste e la statistica.
Un regolare catasto fu introdotto in Egitto da Mohammed Ali verso il 1820, e fu opera del livornese Lorenzo Masi, che ci ha lasciato un pregevole lavoro sull’argomento.
Un altro livornese, Carlo Meratto, nel 1820, di sua iniziativa fondò in Alessandria il primo ufficio postale. L’opera fu continuata dal nipote Tito Chini e poi ampiamente sviluppata e organizzata dal bolognese Giacomo Muzzi.
Fino al 1876 la lingua ufficiale dell’amministrazione postale fu l’italiana: i libri, i registri, tutte le operazioni postali erano redatte nella nostra lingua, alla quale vennero sostituite l’araba e la francese a cominciare dal 1877.
Per opera del Muzzi, l’Egitto si trovò in grado di firmare, insieme alle maggiori Potenze, gli accordi presi nel – primo congresso postale internazionale tenutosi a Berna nel 1874.
Il primo censimento della popolazione egiziana (1881) fu eseguito dal bolognese Federico Amici Bey, direttore del servizio di statistica, che pubblicò su tale materia opere fondamentali, come l’ “ Essai de statistique générale de l’Egypte”.
Occorre appena ricordare che molti italiani furono i precursori e preziosi collaboratori del francese Clot Bey nella fondazione dell’Università di Medicina e nell’organizzazione dei servizi sanitari. E nel campo della medicina non bisogna dimenticare che una delle più benefiche istituzioni sanitarie dell’Egitto, la F.A.I.P.A.E. (Federazione delle Asso¬ciazioni Internazionali delle Pubbliche Assistenze in Egitto) è di origine italiana.
La scienza italiana ha preso parte notevole e nell’Egittologia propriamente detta e in tutti gli studi concernenti l’Egitto: geologia, geografia, botanica, storia e via dicendo. Questa attività scientifica, molteplice e geniale, costituisce una gloriosa e attraente pagina della nostra cultura: moltissimi sono stati i nostri connazionali, che hanno prodigato un altissimo ingegno e le loro forze, spesso fino al sacrifizio della vita per indagare e far noto in tutti i suoi aspetti l’affa¬scinante paese. Basti ricordare G.B. Belzoni, G.B. Caviglia, B. Drovetti, G.B. Brocchi, G. Segato, A. Ricci, I. Rossellini, ecc., ecc.
Anche nei principali Istituti di cultura superiore – Università, Istituto d’Egitto, Società Reale di Geografia e Società Reale d’Economia – la scienza italiana fu ed è assai degnamente rappresentata. Anzi alla formazione della Università di tipo europeo, che si va ogni giorno più dimostrando uno dei mezzi più efficaci di progresso per l’Egitto, ebbero parte decisiva eminenti arabisti italiani, Nallino, Guidi, Santillana; Melloni.
L’arte tipografica fu introdotta in Egitto da operai italiani e il primo libro stampato nel 1822 fu appunto un vocabolario italiano-arabo, che erano in quel tempo le due principali lingue del paese.
A voler poi degnamente ricordare l’opera compiuta da artisti, architetti e operai italiani per lo sviluppo e l’abbellimento edilizio delle città dell’Egitto, e per le grandi costruzioni di utilità pubblica occorrerebbe un intero volume. Come per altri paesi così anche per l’Egitto si può dire che non v’è costruzione importante alla quale l’ingegno e la mano d’opera italiana non abbiano lavorato, e che il decoro artistico dei principali centri e creazione italiana
Migliaia e migliaia di lavoratori italiani hanno partecipato all’esecuzione dei grandi lavori del Canale di Suez, di Porto Sudan e della diga di Assuan e di Shellal; alle porte del Sudan l’Egitto ha scolpito nel marmo la parola di riconoscenza verso questi meravigliosi lavoratori. Menzione speciale merita a tale proposito il Negrelli, colui che si può considerare come il più geniale studioso dei problemi relativi al Canale di Suez, nella cui costruzione fu eseguito, secondo il tracciato da lui proposto.
Infine è bene rilevare che forse nessuna altra colonia straniera è così varia e multiforme come la nostra, la quale perciò si è trovata e si trova in contatto con tutti i gradi sociali della popolazione indigena, esercitando su di essa un’azione empirica educatrice, vasta ed efficace. E ciò anche perché una mentalità aliena da pregiudizi di razza e di religione è insita nel nostro popolo, che non si compiace di far sentire il peso della sua superiorità civile. Per queste circostanze si può affermare che gli Italiani sono stati quelli che meglio hanno contribuito a mettere gli Egiziani a contatto con la vita europea; e, quanto ai mestieri, non è esagerato il dire che gli indigeni hanno fatto il loro tirocinio alla scuola dei lavoratori italiani, sì che gli Egiziani, , sia che si tratti di adoperare il legno o il ferro, la pietra o il cemento, a questa scuola hanno appreso i metodi, i segreti ed il gusto dell’arte
da Bollettino degli Italiani d’Egitto – Aprile 1971
*Questo articolo del prof. Angelo Sammarco è stato tratto dal libro “Lineamenti di Storia dell’Egitto” e figurava quale appendice dei libro stesso edito in Egitto nel 1938 (Tipografia Lencioni). Abbiamo ritenuto utile riprodurlo integralmente quale ricordo del grande storico scomparso e nel contempo quale testimonianza dello spirito che animava e anima gli Italiani di Egitto. L’augurio che esprimo è che questi ricordi possano far nascere in voi il desiderio di contribuire, ognuno, per la sua parte, a formare una breve storia degli Italiani d’Egitto della testimonianza di civiltà, data in nome della loro Patria.
Franco Greco