Presentazione
di Franco Greco

Nel presentare questo rapido panorama delle vicende che hanno intimamente unito a sorte degli Italiani d’Egitto al destino della Patria nel corso dell’ultimo conflitto, desidero brevemente illustrare i motivi che hanno indotto l’ANPIE – che ho l’onore di presiedere – a realizzare questa iniziativa.
Diverse e di varia natura sono state nel passato le pubblicazioni che hanno analizzato l’apporto degli italiani alla formazione dello Stato moderno egiziano. Si è trattato però di opere fermatesi alle soglie della seconda guerra mondiale: dopo di che è calato il silenzio, salvo alcuni spunti periodici e personali – a cui peraltro è doveroso rendere omaggio – che di quando in quanto hanno tratteggiato le fasi dolorose che hanno travolto una già fiorente e attiva collettività.
E’ apparso anche necessario incoraggiare l’inizio di una documentazione che è parte della storia stessa d’Italia e che potrà dimostrare il tributo di dolore e di sacrificio pagato dagli italiani d’Egitto.
Dipoi, è sembrato opportuno offrire, oltre che a noi stessi, all’opinione pubblica la possibilità di meglio conoscerci: il nostro lavoro di oggi è forse noto, ma i nostri precedenti sono sconosciuti ai più. E sono appunto questo precedenti che costituiscono il retroterra, il sustrato su cui si fonda in Patria l’affermazione del lavoro degli italiani d’Egitto.
Quale migliore occasione, quindi, del 1° convegno degli italiani d’Egitto in Roma per ricordare i nostri Caduti e onorare coloro che per circa cinque anni, in silenzio, nella sofferenza fisica e nel tormento dell’animo, hanno tutto sacrificato, insieme con le loro famiglie, in una macerazione d’amore per l’Italia in guerra?
Questa sintesi che l’ANPIE presenta anche alle Autorità che ci hanno confortati e onorati della loro presenza, non vuol essere fine a se stessa e non ha pretese di alcuna natura: sono notazioni, ricordi, dati, appunti, quasi una «memoria» per una più impegnativa trattazione, perché la storia di tanto sacrificio non resti ammantata dall’oblio del tempo.
Per chi ha vissuto quegli anni partecipando agli avvenimenti è una sfilata di uomini, di ricordi, di circostanze, di momenti, in tratti veloci e riassuntivi.
Per coloro che vorranno leggerci è la presentazione di uno squarcio di cronaca che ormai comincia a inserirsi nella storia. E’ la vicenda di uomini che non indugiano sul passato di sofferenza, ma desiderano che rimanga traccia della loro testimonianza di fedele dedizione.
In Roma, oggi, vi è come il concludersi di un ciclo, segnato dal «ricorso» storico del destino: nei primi decenni del secolo passato le file del primo nucleo della collettività italiana d’Egitto furono ingrossate dai profughi d’Italia perseguitati dalla reazione ai primi albori del Risorgimento; profughi in Patria sono coloro che hanno dovuto lasciare l’Egitto, pagando un prezzo iniquo e pesante per la guerra perduta.
Questi, per sommi capi, i motivi di fondo che hanno dato origine all’iniziativa: modesta nella veste, scarna nel contenuto, ma piena di significato morale, perché è un bilancio di rinunce, di amarezze, di prove durissime culminate anche con il sacrificio supremo, olocausto purissimo offerto alla Patria.
La pergamena che riproduciamo è un «ricordo» che la collettività italiana d’Egitto, raccolta in Roma dopo trent’anni, offre ai connazionali a riconoscente testimonianza del vincolo che ci ha sempre uniti: ieri in terra straniera, oggi nella comunità nazionale.
La parte centrale è dedicata alle vicende dell’internamento, nelle quali chi l’ha subito si riconoscerà, rivivendo entusiasmi giovanili e delusioni cocenti, fino alla goccia ultima dell’amaro calice che travolse tutti e tutto.
L’ultima parte è un cenno doveroso e necessario al contributo dato sempre dalla collettività italiana d’Egitto alle vicende d’Italia fino all’ultima guerra: la più atroce, la più tremenda, non solo per la somma di vittime e di rovine, ma anche per le crisi che determinò e per le scelte che impose. Ed è ben per questo che abbiamo voluto offrire al Tricolore dell’Associazione una medaglia d’oro: con essa vogliamo ricordare e onorare i nostri Caduti su tutti i fronti di guerra, in tutti i campi di concentramento: tutti soldati al servizio dello stesso ideale, al disopra di parti e fazioni, eredi di una fiera e luminosa tradizione.
E’ con questo spirito che l’ANPIE presenta la sua nuova fatica, ripromettendosi di dar vita a nuove iniziative con il conforto dei molti che sono convenuti a Roma e dei moltissimi che sono con noi in spirito o perché residenti in terre lontane o perché costretti da particolari situazioni.
A tutti, a mio mezzo, l’ANPIE rivolge un caldo, fraterno, affettuoso saluto e dà appuntamento – se la solidarietà di tutti vorrà ancora sorreggerci – per nuovi incontri e nuove attività, ora che il Parlamento nazionale ha sancito attesi riconoscimenti e mentre lavoriamo per la soluzione di altri, pressanti problemi.
F.G.
Roma, 1° novembre 1975

STORIA POLITICA
INTERNAMENTO
di Albino Caserta

Nel processo storico dell’egitto
In questi ultimi trent’anni si è molto parlato e scritto dell’ultimo conflitto mondiale, trattando ampiamente temi di carattere generale e di carattere particolare. Quasi nulla, però, è stato detto o scritto sulla partecipazione degli Italiani d’Egitto alla guerra del 1940-1945 e sull’internamento subito nei campi di concentramento anglo-egiziani.
I motivi per i quali non si è trattato l’argomento con la dovuta sollecitudine sono diversi. Tra questi potremmo citare una certa indifferenza – dopo la guerra – per i problemi delle comunità italiane all’estero; un’errata, ma diffusa concezione circa la posizione giuridica e politica della collettività italiana in Egitto; il disgregamento della comunità stessa in conseguenza della guerra e dell’esodo dall’Egitto a seguito delle guerre del 1956, del 1967 e del 1973; il timore di suscitare equivoci e incomprensioni.
L’opportunità di ricordare il contributo dato dagli Italiani d’Egitto alla Patria in guerra sorge ora spontanea a seguito d’una particolare circostanza: il riconoscimento, da parte del Parlamento nazionale, degli anni d’internamento sofferti dagli Italiani d’Egitto nei campi di concentramento e resi validi anche ai fini previdenziali e pensionistici.
Sintesi storica
Per meglio comprendere la posizione degli Italiani d’Egitto durante la seconda guerra mondiale ed il conseguente internamento, appare opportuno un breve cenno storico-politico sull’Egitto e sulle collettività europee colà residenti allo scoppio del conflitto.
L’inizio della storia dell’Egitto moderno si può fissare attorno al 1805 con il regno di Mohammed Ali. A lui va riconosciuto il merito d’essere stato il primo sovrano orientale a tentare d’introdurre la civiltà occidentale nel suo Paese.
A questa opera di rinnovamento contribuirono preminentemente, in tutti i campi, gli italiani, giunti dalla Penisola come esuli sotto la spinta delle difficili condizioni sociali e delle persecuzioni politiche, dopo il tramonto del breve periodo napoleonico.
Altri invece giunsero in Egitto chiamati dallo stesso sovrano o trainati dalla corrente migratoria.
Con l’avvento del Khedive Ismail, nel 1863 (dopo Mohammed Ali, Ibrahim, Abbas I e Said), il Paese fu avviato verso grandi realizzazioni di ammodernamento. Anche in questo periodo gli Italiani sono presenti dovunque ed operano in tutti i settori.
L’apertura del Canale di Suez nel novembre 1869 – alla quale contribuirono in maniera determinante con i loro studi Luigi de Negrelli e Pietro Paleocapa – fu la maggiore realizzazione di quel periodo.
Quest’opera grandiosa, che apriva al mondo un’era nuova apportando ricchezza all’Egitto, fu anche la causa del declino di Ismail e dell’inizio dell’ingerenza straniera nella politica del Paese.
La Gran Bretagna, dapprima contraria alla costruzione del Canale, dopo l’apertura della nuova via di comunicazione cominciò a mostrare particolare interesse politico per essa e, approfittando delle difficoltà finanziarie dell’Egitto, s’inserì negli affari interni del Paese finché dalla Sublime Porta, cui l’Egitto era politicamente legato, ottenne la destituzione di Ismail, il quale fu costretto all’esilio in Italia.
L’11 giugno 1882 la Gran Bretagna, con il consenso di altre potenze, effettua uno sbarco armato ad Alessandria per reprimere una rivolta di tendenze xenofobe, ma di fatto per facilitare i suoi disegni politici «in pectore». Nasce da qui il suo completo controllo amministrativo, finanziario, politico e militare sull’Egitto che perdurerà, con alterne vicende, fino al 23 luglio 1956, quando Nasser liquidò gli ultimi resti della presenza inglese in Egitto.
Dopo lunghe e difficili battaglie politiche, sfociate spesso in sanguinose rivolte popolari, quasi alla vigilia della guerra, si giunse al Trattato politico-militare anglo-egiziano del 26 agosto 1936 e alla Convenzione di Montreux dell’8 maggio 1937, con la quale – dopo un periodo transitorio di quattordici anni – veniva abolito il regime capitolare. Il Trattato conferiva all’Egitto una formale indipendenza, condizionata agli interessi della Gran Bretagna, che nel Mediterraneo aveva allora il centro nevralgico dell’impero.
Le Capitolazioni
Le Capitolazioni erano un insieme di privilegi, accordati dal Governo egiziano agli europei residenti nel Paese, fra cui particolari forme di immunità giurisdizionale e personale. Esse si estendevano fino alla inviolabilità del domicilio privato e al diritto di libero stabilimento. Gli stranieri, beneficiando d’una condizione di favore di così vasta ampiezza, potevano vivere e prosperare in collettività autonome nazionali, con proprie istituzioni culturali, religiose, sociali, commerciali, ecc.
I privilegi capitolari in Egitto risalivano a tempi remoti. Vennero concesse per la prima volta alla Repubblica di Pisa nel 1154 e nel 1535 concesse anche da Solimano il Magnifico a Francesco I di Francia per proteggere i commercianti francesi nell’impero ottomano. L’Egitto di Mohammed Ali, già provincia turca, le ereditò dall’impero ottomano, e le riconfermò a favore degli europei residenti per incoraggiarne la permanenza. Fu così che gli europei, pur vivendo all’estero, poterono conservare e sviluppare nel tempo: culture, usi, costumi, dialetti e tradizioni nazionali restando vincolati alla Madrepatria.
Occorre anche dire che, nonostante le diversità di origini, di lingua, di cultura e di costumi, non mancò mai con la popolazione locale una reciproca collaborazione.
Quando le Capitolazioni furono abolite e gli avvenimenti indussero o costrinsero gli europei a lasciare il Paese, gli Italiani, rientrando in Patria, portavano con sé un bagaglio morale, culturale e civile non diverso da quello posseduto di chi era nato e vissuto in Italia, con l’aggiunta d’una preziosa esperienza sociale e culturale cosmopolita.
La guerra e l’internamento
Nel 1940, all’atto della dichiarazione di guerra, la collettività italiana in Egitto contava oltre 50.000 connazionali.
L’Egitto è sotto il controllo politico-militare della Gran Bretagna, in base al trattato anglo-egiziano del 1936 e dal fronte libico si temono minacce sull’Egitto stesso e soprattutto sul Canale, mentre nella collettività italiana si sospetta una «quinta colonna».
L’Italia fa di tutto per evitare la rottura delle relazioni diplomatiche con l’Egitto e continui sono i colloqui della nostra rappresentanza diplomatica con il Presidente del Consiglio Ali Maher. Forse il Governo di Roma – come del resto la propaganda lasciava intendere – contava su una rapida offensiva.
Ma gli Inglesi, ai quali erano ben noti i buoni rapporti di amicizia fra i due Paesi mediterranei e i colloqui a cui si è fatto cenno, sollecitano il Presidente Ali Maher ad affrettare la partenza del corpo diplomatico italiano, che lascia il Paese via Libano-Turchia.
A partenza avvenuta, il governo di Ali Maher è costretto a dimettersi come si può dedurre dalla sua lettera di dimissioni indirizzata a re Faruq e nella quale era detto: «… Ma per ragioni indipendenti dalla nostra volontà e dalla volontà del popolo egiziano, vediamo che ci è impossibile restare al potere».
Un’ora dopo la dichiarazione di guerra da parte dell’Italia il Governo egiziano è costretto a far scattare nel Paese un severo piano d’emergenza a difesa degli interessi della Gran Bretagna. Il piano comprende tra l’altro una serie di sanzioni contro gli Italiani residenti in Egitto: incriminazione generale sotto l’accusa di «very dangerous person» (persona molto pericolosa), sequestro dei beni mobili e immobili, licenziamento dai posti di lavoro, divieto di riunione e di frequenza dei locali pubblici, divieto al personale licenziato di avvicinarsi a meno di 500 metri dai vecchi posti di lavoro, divieto di esercitare qualsiasi attività economica e di effettuare qualsiasi transazione commerciale, consegna degli apparecchi radio alle autorità locali ed infine l’internamento degli uomini dai 15 ai 65 anni e delle donne ritenute “pericolose”.
La nuova posizione giuridica assimila gli Italiani ai «fuori legge».
L’Italia mai dichiarò guerra all’Egitto, ma condusse operazioni militari per la presenza sul suo territorio delle truppe britanniche. Al Governo egiziano Roma riaffermò a varie riprese la sua tradizione amicizia e precisò le sue prospettive politiche, volte unicamente contro la Gran Bretagna.
L’Egitto, dal canto suo, non dichiarò mai guerra all’Italia, anche se il suo territorio fu più volte invaso e colpito dai bombardamenti aerei e in più occasioni gli Egiziani fecero intendere d’essere vittime delle coercizioni inglesi e d’agire non per volontà propria.
Va detto che, con il blocco di ogni attività degli Italiani, si scardina subito uno dei più importanti nuclei europei, ma il Governo del Cairo dopo la fine della guerra gli permette di reinserirsi nel tessuto del Paese, ovviamente molto ridimensionato dalle nuove circostanze.
Al Governo egiziano spettò il compito di arrestare e deportare gli Italiani nei campi di concentramento sotto scorta armata. I campi erano sparsi sul territorio egiziano e dipendevano dal Ministero degli Interni egiziano e dall’Alto comando Militare britannico.
I campi di concentramento di Fayed erano i più severi ed imponevano una vita dura, per molti fisicamente insopportabile.
Le donne ritenute pericolose furono arrestate e deportate nel campo di Mansurah, o perché occupavano una posizione attiva nella società o perché avevano manifestato sentimenti di italianità. Altri campi in tempi successivi furono aperti a Suez, a Embabeh, a Tantah per trasferirvi i più anziani e gli ammalati. Ma il problema di fondo non mutava la realtà d’un internamento impietoso e squallido per tutti, privo di qualsiasi idonea assistenza. Gli internati civili detenuti nei campi di concentramento dislocati sul territorio egiziano furono complessivamente circa ottomila.
E nei campi di concentramento caddero colpiti a morte sotto le fucilate delle guardie armate 4 internati, 13 altri rimasero feriti e altri 38 perirono per cause varie. Non dobbiamo tuttavia dimenticare coloro che uscirono dai campi di concentramento ammalati, con menomazioni permanenti o che morirono in conseguenza dell’internamento.
 

 

Nessuna convenzione

 

La Legazione svizzera al Cairo era incaricata di tutelare gli interessi degli Italiani e lo fece tra enormi difficoltà per il sovrapporsi di due «padroni».
Per gli internati civili non esisteva alcuna convenzione internazionale a cui potersi appellare. Talvolta, pur d’avere un aggancio giuridico, veniva chiamata in causa la Convenzione Internazionale di Ginevra per i prigionieri di guerra. Ma il Comando inglese dei campi di Fayed tagliava corto rispondendo che gli internati civili usufruivano di «privilegi» e «concessioni» a facoltà e descrizione del comando inglese. Il capitano inglese M.C., soprannominato «la vipera», diceva che il trattamento riservato agli internati si ispirava ai principi di giustizia dell’impero di S. M. Britannica. In pratica tale trattamento era notevolmente inferiore a quello riservato ai prigionieri di guerra.
Gli internati, per poter sopravvivere alla scarsità del vitto e sovvenire ai propri bisogni, dovevano ricevere periodica sussistenza dalle famiglie e rinunciare al pacchetto di sigarette settimanale, fornito dalla sussistenza inglese. Con i proventi della vendita delle sigarette, devoluti a beneficio collettivo del miglioramento-rancio, venivano acquistate, tramite la Legazione svizzera al Cairo, generi alimentari di prima necessità.
Per la cronaca diremo che i fondi per il mantenimento degli internati nei campi di concentramento erano prelevati dalle Casse del sequestro dei beni degli italiani e di cui solo una infima parte andava a loro «beneficio».
Per le famiglie degli internati, rimaste isolate nelle città egiziane in difficilissime condizioni finanziarie, alcune delle quali ricevevano un misero sussidio mensile, vigeva il regime della paura e della mortificazione civile e la propaganda nemica aveva fatto circolare tra le famiglie lo «slogan» conturbante: «Non fate marcire i vostri uomini dietro i fili spinati». Il capo dell’ufficio stranieri andava dicendo: «Le donne italiane valgano ‘mezzo franco’». I permessi per recarsi in visita ai campi di concentramento, ad Alessandria, venivano lanciati dalla finestra dell’ufficio stranieri alle donne che attendevano nell’atrio ansiose e stanche. A queste provocazioni le donne italiane rispondevano con la dignità del silenzio.
Tutte le istanze e le proteste inoltrate tramite la Legazione svizzera, la Delegazione Apostolica, la Croce Rossa Internazionale con sedi al Cairo, da parte degli italiani, «sfuggivano» all’attenzione delle autorità competenti per il palleggio delle responsabilità tra inglesi ed egiziani.
Il Governo egiziano era allora strumento nelle mani del Residente inglese lord Killearn (factotum della politica di Londra) e gli Egiziani esercitavano il potere con il suo beneplacito.
La domanda che gli internati si ponevano durante la guerra era questa: «Ma di chi siamo prigionieri? Da chi dipende la nostra sorte?», ma il dilemma non fu mai chiarito e si risolve solo per la dinamica delle circostanze.
 

 

La condotta degli egiziani

 

Se la situazione degli Italiani non peggiorò fino alle più tragiche conseguenze ciò lo si deve in parte al comportamento del popolo egiziano, il quale per esse ebbe sempre stima, simpatia e rispetto.
Nonostante le apparenze negative, questi valori crebbero proprio durante la guerra a dispetto degli inglesi.
Gli ufficiali dei campi di concentramento guardavano gli internati con comprensione e rispetto, memori forse dei servizi resi al Paese da tanti Italiani. I soldati della guarnigione egiziana dei campi di Fayed domandavano con bontà e stupore agli internati: «Ma perché siete prigionieri? Cosa voi avete fatto di male?».
Il Ministro degli interni Arifat pascià, al quale venivano attribuite molte responsabilità nei confronti degli italiani – in risposta ad una istanza degli internati – ebbe a dire: «Entom diuf andena», (Voi siete nostri ospiti), quasi per distinguere e dissociare il comportamento ufficiale da quello privato.
L’azione ufficiale del Governo egiziano differiva d’altronde notevolmente dalla condotta privata dei cittadini egiziani, che con umana tolleranza, ne ristretti limiti del possibile, attenuavano il rigore delle leggi di guerra contro gli alleati.
Il merito di ciò va attribuito ovviamente anche agli Italiani stessi che in quasi un secolo e mezzo di permanenza in Egitto seppero acquisire fama di onesti cittadini, dando al Paese – che consideravano come loro seconda patria – un apporto incommensurabile di intelligenza, di lavoro, di opere, di organizzazione e di costruzione civile.
 

 

Travagliato reinserimento

 

Il dramma della sconfitta dell’Italia pesò enormemente sulla collettività italiana, che pagò duramente e a caro prezzo: fisicamente, moralmente ed economicamente. Una vita distrutta, tutta da rifare.
Il reinserimento nella vita sociale ed economica del Paese fu estremamente travagliato e difficile dopo anni di guerra e d’internamento. A guerra finita, le sanzioni decretate contro gli Italiani si protrassero fino al trattato di pace dell’Italia e al ripristino delle relazioni diplomatiche con il Cairo. Gli uomini – reduci dai campi di concentramento dopo quasi cinque anni – erano senza lavoro, sotto le leggi discriminatorie, smarriti, con la famiglia senza casa ed in gravi difficoltà finanziarie.
L’Italia uscita dalla guerra confitta e rovinata nulla poteva fare per questa collettività rimasta sola, senza alcuna protezione, allo sbaraglio, con la prospettiva di un avvenire confuso e incerto. Nulla poterono fare per essa neanche le diverse organizzazioni umanitarie internazionali. Ci s’impegnò dunque in una seconda difficile lotta per la sopravvivenza fisica e la reintegrazione civile. Alcuni italiani trovarono scampo alla miseria, impiegandosi temporaneamente nel «Labour Corps» (corpo ausiliario dell’esercito inglese, altri si arrabattarono in lavoro di ripiego fino alla abrogazione delle leggi discriminatorie, altri ancora, i più giovani e i più abili, si rimboccarono le maniche e con coraggio ripartirono da zero sfidando ogni rischio.
La collettività italiana cominciò a rifarsi economicamente, affermandosi discretamente nel nuovo contesto sociale del Paese in via di rapida evoluzione politica.
Purtroppo, scossi da continue tensioni e crisi – di natura interna ed estera – poco più d’un decennio dopo, gli avvenimenti egiziani inducono o costringono italiani ed europei in genere a lasciare l’Egitto come profughi. Molti rimpatriano, altri emigrano verso lontani Paesi. Anche questa volta c’è una vita tutta da rifare partendo da zero, non meno amara e traumatizzante di quella affrontata dopo la fine della guerra.
 

 

Sottrarsi, difficile e impossibile

 

Ci si poteva sottrarre alle conseguenze della guerra e quindi all’internamento? Salvo pochi e rari casi aiutati da particolari circostanze personali, era difficile per non dire impossibile. Ciò era impedito da motivi storici, politici, morali e contingenti. Il discorso si ricollega a quanto abbiamo detto in principio. Le collettività europee erano vincolate alla Madrepatria attraverso una complessa struttura autonoma di istituzioni nazionali. Il patriottismo degli Italia d’Egitto non risale né al fascismo e nemmeno alla guerra del 1940: diremmo che è sempre esistito. Prova ne siano la loro partecipazione a tutte le guerre d’indipendenza nazionale, a quelle coloniali e al contributo sempre dato in mille maniere agli appelli della Madrepatria, indipendentemente dai regimi di governo. Ma nell’ultimo conflitto di interessi in gioco erano tali e tanti che coinvolsero tutte le comunità europee residenti in Egitto.
E’ veramente difficile pensare come gli italiani d’Egitto si sarebbero potuti sottrarre alle conseguenze d’una guerra tremenda che mise a repentaglio i destini d’interi popoli e nazioni.
Per quanto riguarda invece l’aspetto contingente il discorso è diverso. Il mantenimento o il riacquisto della libertà dai campi di concentramento, anche nella fase più avanzata della guerra, non mutava lo stato giuridico personale imposto a tutti gli Italiani allo scoppio della guerra e rimasto operante fino al ripristino della pace e delle relazioni diplomatiche tra Roma e il Cairo.
Nella complessità degli assurdi e delle anomalie della guerra in Egitto s’inquadrava tuttavia una nuova paradossale posizione giuridica personale. Agli Italiani in libertà (cioè non internati) venivano permesse o concesse alcune facoltà operative, senza però conferire alcun riconoscimento legale ufficiale che li potesse sottrarre alle leggi discriminatorie imposte alla generalità degli Italiani. Tale posizione li teneva in una specie di limbo giuridico. Oltre a questi aspetti, dobbiamo tenere conto delle capacità economiche e dell’influenza culturale che la collettività Italiana aveva nel Paese, e contro le quali convergevano le mire ostili e interessate dei governi e delle collettività straniere volte in prospettiva al loro ridimensionamento. Questo disegno, in via generale, ebbe successo, ma fu un errore di calcolo che nel futuro costò molto caro a tutti.

L’operazione internamento
 

 

Era ormai risaputo da tutti che, con l’entrata in guerra dell’Italia, gli Italiani residenti in Egitto sarebbero stati internati.
Il fatto che gli Italiani fossero consapevoli della propria sorte futura non riuscì tuttavia a vincere lo stato di generale sorpresa per il modo come fu attuata e condotta nel tempo l’operazione dell’internamento.
Pochi erano coloro che sapevano realmente cosa fosse l’internamento dei civili in tempo di guerra. Tra i pochi c’erano i più anziani, quelli che videro in Egitto l’internamento dei cittadini degli imperi centrali, nella prima guerra mondiale. Alcuni di essi subirono persino l’internamento ancora come sudditi dell’impero austro-ungarico prima del ritorno all’Italia delle terre di Trento e Trieste.
Negli ambienti italiani si sentiva parlare di un fantomatico diritto internazionale che disciplinava l’internamento dei civili in tempo di guerra (invero mai esistito) e di una non meno fantomatica etica che avrebbe impedito soprusi e arbitri.
Subito dopo la dichiarazione di guerra la polizia egiziana, sulla base di elenchi forniti dall’ufficio politico stranieri, procedette agli arresti dei primi Italiani. Dai fatti risultò subito chiaro che agli inizi si procedeva senza un preciso piano e senza alcuna logica: si voleva cominciare a «depurare» il Paese dai fantomatici pericoli della «quinta colonna» sospettata nella collettività italiana. Questo sospetto forse trovava qualche fondamento solo nelle efficienti istituzioni nazionali, nelle organizzazioni sociali e giovanili e nella capacità operativa in campo economico. Nulla a che fare però con la sospettata «armata ombra».
Accadeva pertanto che nelle incursioni di polizia cadessero nella stessa rete impiegati di pubblici uffici e persone anziane e ammalate, volontari della difesa passiva e pacifici cittadini oggetto di false denunce, professionisti, commercianti, ragazzi e cittadini internati per errore. I più ammalati furono trasportati nei campi di concentramento in barella.
Gli stranieri amici d’Italiani o simpatizzanti per l’Italia venivano, nel clima di panico generale, essi pure arrestati e spediti nei campi di concentramento.
Le procedure d’internamento erano due: l’arresto mediante la famosa camionetta o camion-merci con l’immediato internamento nei centri di raccolta, oppure l’internamento mediante lettera di convocazione (la non meno famosa «lettera») da parte del capo dell’ufficio stranieri. Questa seconda procedura era riservata agli italiani di Alessandria ed entrò in uso in un secondo tempo dopo i primi rapidi rastrellamenti della polizia. I destinatari della «lettera» si dovevano presentare al capo dell’ufficio stranieri, il quale li informava di autoconsegnarsi il giorno X alla ora Y agli agenti di polizia del centro di raccolta e smistamento internati di Gabbari. Chi tentava di sottrarsi a queste disposizioni veniva braccato dagli agenti di polizia col rischio di subire l’incarcerazione.
 

 

 

 

Il disegno che pubblichiamo è tratto dalla copertina del secondo ed ultimo numero del giornaletto ciclostilato «L’INTERNATO» pubblicato nel campo di concentramento di Fayed nel 1941.
La scena è patetica e rispecchia una realtà. La donna – disegnata in ombra – vuole essere il simbolo di tutte le donne italiane rimaste isolate nelle città egiziane sotto l’imperversare della guerra. Lavora a maglia per racimolare un po’ di denaro per poter inviare al suo congiunto internato (marito, figlio, fratello, fidanzato, nipote) una cesta, detta in arabo «hafas», di alimenti ed altro fabbisogno per assicurare la sua sopravvivenza fisica e morale.
L’internato – disegnato nel tipico abbigliamento da campo, seminudo per il caldo torrido del deserto – riceve la cesta e se la carica sulla spalla. Con viso mesto e cuore angosciato torna nella sua tenda meditando sul sacrificio compiuto dalla sua famiglia lontana.
La censura, presa visione del giornaletto, interpretò il significato della copertina e intervenne presso il comando inglese per farne vietare la pubblicazione.
 

 

 

 

Questa seconda procedura non sostituì mai completamente l’arresto con la camionetta. Il sistema della convocazione rese più razionale e rapido l’internamento in massa, divenuto impellente sotto l’incalzare degli avvenimenti bellici, in quel momento sfavorevoli agli Inglesi.
Il capo d’accusa formulato a carico degli internati era uguale per tutti: «Very dangerous person».
Il successivo trasferimento nei campi di Fayed avveniva in scaglioni di 200-280 internati per volta. Se all’ora della deportazione per il Fayed non fosse stato raggiunto il prescritto numero d’internati, veniva ordinata un’immediata incursione della polizia per un rapido rastrellamento.
I malcapitati si trovavano d’un tratto in arresto con i pochi anni che avevano addosso, come pesci passati dal mare alla rete.
I principali centri di raccolta e smistamento internati (alcuni dei quali divennero in seguito campi di concentramento permanenti, mentre altri furono soppressi per superata agibilità) erano: «Scuole Littorie» a Shatby, l’ex quarantena di Gabbari, il «caracol» Rassafa ad Alessandria; le scuole «Giuseppe Garibaldi» di Bulacco al Cairo; la sede del Governatorato a Porto Said, il campo militare di Moascar e il campo provvisorio nei pressi della stazione di Fayed per gli italiani di Ismailia e di altre località della zona del Canale.
In tutte le città fungevano da centri di raccolta e smistamento anche i «caracol». Alcune persone per motivi politici, malintesi, disguidi e intralci burocratici fecero persino diversi mesi di carcere.
I campi di concentramento permanenti furono quelli di Fayed, di Embabeh, di Bulacco, di Tantah e di Mansurah per le donne. Taluni, per motivi di servizio sociale e competenze specifiche (come medici, sacerdoti e tecnici) trascorsero l’internamento in «domicilio coatto» nelle località sedi del loro lavoro.
 

 

Sorprese e drammi

 

Sebbene l’internamento fosse atteso e affrontato con dignità non fu per questo privo di sorprese, di momenti drammatici e patetici. I disagi per tutti furono tremendi per il rude passaggio dalla vita civile alla vita di guerra in terra straniera; per gli uomini la prigionia nei campi di concentramento, per le famiglie la miseria e le dolorose vicissitudini nelle città. Le condizioni di vita imposte agli internati erano più aspre di quelle dei prigionieri di guerra, collaudati dalla vita militare.
Chi avrebbe mai potuto immaginare di essere arrestato in casa come un comune delinquente e deportato nei deserti campi di Fayed sotto scorta armata dopo una vita di onesto lavoro? Paradossalmente, molti pensavano che la collettività Italiana avrebbe goduto di una specie d’immunità per il  contributo dato all’Egitto in tanti anni di permanenza. Altri credevano di poter usufruire almeno di qualche condizione di riguardo per il prestigio che la comunità godeva da sempre nel Paese.
Si diceva allora con fiduciosa illusione che la guerra sarebbe durata non più di qualche mese.
Nessuno di noi, in quel momento, che io sappia, dubitava della vittoria delle armi italiane.
Quelli di Sidi el-Barrani furono giorni trepidanti che si vivevano in segreto entusiasmo nelle città e allo scoperto nei campi di concentramento. Si sentiva ripetere fra i fili spinati con filosofica ironia: «Peggio di così non possiamo finire! Siamo già dentro e più dentro non ci possono mandare!».
Gli Italiani aspettavano le notizie della radio italiana come pane quotidiano perché quelle del nemico erano definite tendenziose e false. Se le trasmettevano di casa in casa, come cospiratori, e le famiglie, a loro volta, le facevano pervenire accompagnate da messaggi di conforto e di coraggio, agli uomini internati, attraverso misteriosi canali. Sulle mappe venivano appuntate le bandierine delle iniziali avanzate italiane. Chi partiva per i campi di concentramento si portava nel fondo della valigia un segno della Patria lontana: il tricolore, i nastrini delle campagne di guerra, le medaglie al valore, parti della divisa o qualsiasi altro simbolo.
Sui caschi e sui berretti degli internati si disegnavano emblemi e fregi patriottici con la data e l’ora dell’internamento completati da scritte di fede e di speranza. Erano i frammenti che avrebbero dovuto comporre il quadro del grande ritorno vittorioso a casa. Il sacrificio delle donne rimaste solo con i bambini nelle città era sopportato con dignità e coraggio. La parola «coraggio» era scritta e ripetuta nelle lettere come «verbo» capace di sottolineare il sacrificio di fronte al quale era impossibile indietreggiare.
I più anziani, i soli rimasti liberi, ritrovarono la forza per sopperire al vuoto morale lasciato dai più giovani. Ma molti però morirono impotenti in mezzo a tante donne e bambini, bisognosi di aiuto e di denaro.
Dagli autobus e dai camion che portavano gli internati alle stazioni ferroviarie, per la deportazione nei lontani campi di Fayed e correvano veloci tra gli ululati delle sirene della polizia, si levavano «slogan» e canti patriottici: era la rabbia che erompeva nell’anima per l’inverosimile trattamento.
 

 

Deportazione a Fayed

 

Dopo il primo rastrellamento i campi di concentramento si affollarono mentre migliaia di altri Italiani dovevano essere ancora internati. Ci fu perciò una breve pausa.
I primi internati di Alessandria e del Cairo, lungi dal sospettare ciò che si stava preparando, si erano rassegnati a passare l’internamento nelle città di residenza, non lontani dalle famiglie e con la possibilità di brevi visite periodiche. Si diceva – non si sa in base a che cosa – che gli internati civili non potevano essere allontanati dalle città di residenza. Invece si stavano approntando in gran fretta i campi di concentramento di Fayed, per tutti molto lontani dalle città e privi di ogni segno di vita civile e di assistenza.
Verso la fine di luglio, poco più d’un mese dalla dichiarazione di guerra, fu annunciato il trasferimento degli internati in un’altra località non meglio precisata. Si capì subito che l’ubicazione del posto doveva essere molto lontana dalle città di residenza. La notizia fece scalpore e suscitò preoccupanti reazioni di protesta.
Al centro di raccolta internati di Alessandria – presso le ex-scuole «Littorie» – scoppiarono dei tumulti, fu decretato lo sciopero della fame e fu inviata una protesta alla Legazione di Svizzera, alla Delegazione Apostolica e alla Croce Rossa Internazionale.
La protesta resterà senza alcun esito, così come, purtroppo, tutte le altre inviate durante la lunga guerra.
Il colonnello E., comandante dei centri di raccolta di Alessandria, con atteggiamento molto levantino, cercò di calmare gli animi esagitati ripetendo a tutti: «Abbiate pazienza, signori, vedrete che tutto si accomoderà per il meglio».
Gli ufficiali di polizia intanto stavano preparando il piano per la deportazione in massa degli internati. Qualche giorno dopo il primo annuncio, il colonnello, con fare sempre levantino, confermò agli internati il loro trasferimento nei campi di concentramento di Fayed nel corso delle 24 ore. Gli internati dovevano partire con quanto possedevano nelle loro modeste valigie, senza poter nemmeno avere un ultimo contatto con le famiglie.
Scoppiarono quindi nuovi tumulti con ingiurie e minacce alle guardie. La rivolta volgeva al peggio quando giunse la notizia che l’incontro con le famiglie sarebbe avvenuto alla stazione ferroviaria.
Tutto si placa, anche per l’atteggiamento responsabile degli internati stessi, e si attende l’amara deportazione.
I familiari, fulmineamente avvertiti, sussultarono disperati: «Dove, dove li portano quei poveretti!».
 

 

Il distacco delle famiglie

 

Il Fayed, geograficamente sconosciuto fino ad allora alla quasi totalità della gente, veniva peraltro collocato nelle penisola del Sinai e qualcuno accennò persino alla penisola arabica.
Al momento della partenza un forte contingente di polizia con reparti dell’esercito in pieno assetto di guerra fece salire gli internati negli autobus e a tutta velocità li portarono fino alla stazione ferroviaria di Alessandria. Niente abbraccio con le famiglie. Centinaia di soldati, di agenti in borghese, di reparti di cavalleria presidiavano la stazione, affollata da migliaia di curiosi. Gli internati arrivavano alla stazione cantando e urlando di rabbia. Il treno mosse per il Fayed guardato a vista dalle sentinelle e salutato a distanza da congiunti e amici respinti con violenza se arrischiavano avvicinarsi.
Nelle partenze successive altre scene commoventi. Il treno di Alessandria è atteso dalle finestre e dai balconi prospicienti la ferrovia di Cleopatra e di Sidi Gaber dalle mogli, dai bambini e dalle mamme degli internati. Al passaggio del treno lanciano baci, saluti e parole affettuose che scompaiono in un attimo col vento, ma restano impresse nella mente. Le suore dell’Ospedale italiano di Alessandria attendono il passaggio dei deportati su una montagnola di terra a Hadra e salutano commosse agitando mani e fazzoletti.
I tumulti e le rivolte non si ripeteranno più. A tutte le cose ci si rassegna, ma le assicurazioni beffarde del colonnello che prometteva ritualmente di far salutare le famiglie prima della partenza, gli spintoni e le botte che esse ricevevano alla stazione ferroviaria dai reparti di polizia, le scene deliranti, gli urli e i baci volanti si ripeterono invece per molte altre volte ancora, fino alle ultime partenze per il Fayed. Cambiavano le circostanze da città a città per la diversità degli uomini ai posti di comando, ma la sostanza purtroppo, restava identica per tutti. Ce lo confermano i pochi cenni che riferiremo per gli Italiani del Cairo e della Zona del Canale.
La polizia del Cairo seguiva la procedura degli arresti con la camionetta. Il centro di raccolta e smistamento degli internati erano le ex scuole italiane di Bulacco, successivamente trasformate in centro d’internamento permanente per i più anziani e gli ammalati. Dal centro di Bulacco avvennero le prime deportazioni verso i campi di Fayed con una beffa non molto diversa da quella subita dagli internati di Alessandria.
Le autorità del centro d’internamento di Bulacco dissero agli internati di prepararsi per il trasferimento nelle scuole italiane «28 Ottobre» di Sciubra, dove era stato creato un nuovo centro con sistemazione e trattamento migliori.
Niente di vero. Su un binario ferroviario prospiciente le scuole di Bulacco fecero fermare un treno speciale a vagoni blindati e sotto scorta armata fecero salire gli internati per spedirli direttamente nei campi di Fayed, di fresca costituzione.
 

 

Isolamento totale

 

Gli Italiani di Porto Said furono arrestati con camion da trasporto merci e furono portati in massa negli uffici di polizia del Governatorato. Dopo le formalità burocratiche, con gli stessi camion furono portati alla stazione e, in treni speciali, scortati da reparti dell’esercito, trasferiti nei campi di Fayed.
Gli Italiani di Ismailia e di altre località della zona furono raccolti nei «caracol» e inviati provvisoriamente al campo militare di Moascar, vicino all’aeroporto inglese, sollevando la protesta dei 600 internati. Da qui furono trasferiti in un campo provvisorio nei pressi della stazione di Fayed sprovvisto di tutto: dormivano per terra, acqua pochissima, mancanza d’igiene, vitto scarso e pessimo, assistenza sanitaria zero. Il campo era posto sotto l’ostile vigilanza militare d’un contingente scozzese. Un internato, ammalato di diabete, venne ferito al piede, mentre era in tenda, senza alcun motivo. Negli stessi campi vennero inoltre raccolti diversi Italiani di Suez, Porto Said e di altre località minori della zona del Canale e del Mar Rosso. Le voci di protesta restavano inascoltate. Da qui furono infine trasferiti nel nuovo grande campo di concentramento di Fayed, costituendo così il primo grosso nucleo di internati. Siamo dopo la metà di luglio 1940.
La partenza per i campi di concentramento di Fayed può considerarsi il primo difficile impatto con la realtà della guerra sia per gli internati, sia per le famiglie.
Per quattro anni e tre mesi (tale fu il tempo di prigionia trascorso al Fayed, dopo il quale i rimanenti internati furono trasferiti ad Embabeh) si interromperà ogni contatto col mondo esterno, si subiranno vessazioni e soprusi, si patiranno continue sofferenze fisiche e morali. La vita è posta in pericolo giorno e notte.

Il campo di concentramento di fayed
 

 

Fayed è un piccolo villaggio di beduini e di fellah della Zona del Canale e fa parte della provincia di Ismailia. Si trova a quasi un chilometro dal Lago Amaro, 30-35 chilometri a sud di Ismailia e 55-60 chilometri a nord di Suez. In quel punto la vegetazione si riduce ad una striscia di verde di qualche centinaio di metri appena, lungo la riva del Lago Amaro. Oltre il breve tratto di verde comincia il deserto, che si estende all’infinito arido e privo di vita.
I campi di concentramento degli internati italiani distavano dalla riva del Lago Amaro cinque chilometri in linea d’aria e sette-otto chilometri percorrendo la stradale, costruita dagli inglesi per scopi militari. Siti in pieno deserto sotto le colline argillose di El Schrubraiwis e di El Schihabi – quale proseguimento della catena collinosa di Geneifa – erano tagliati fuori dal mondo civile e segnavano l’inizio d’una parte del grande deserto arabico della regione del Sahara egiziano.
L’area che costeggiava le due sponde del canale era dichiarata zona di guerra. Aveva una potente difesa contraerea a protezione del Canale e del retroterra militare, diverse basi aeree, depositi di viveri e munizioni, caserme, campi di addestramento, campi di prigionia, ospedali da campo, postazioni e presidi militari dappertutto. Intorno ai campi degli internati civili si svolgevano le esercitazioni militari delle truppe inglesi. I proiettili che cadevano sulla sabbia venivano raccolti per fabbricare oggetti-ricordo, oppure per conservarli come cimeli.
Lungo la sponda occidentale del Canale correvano la ferrovia e l’autostrada per 1601 chilometri, battute giorno e notte da un intenso traffico di treni e automezzi di ogni tipo. Dal ritmo del movimento ferroviario, tendendo l’orecchio nelle quieti notti del deserto, si tentava di capire qualcosa sull’andamento delle operazioni militari. Era uno spiare empirico e illusorio, che talvolta trovava riscontro nei comunicati di guerra e risollevava qualche speranza.
I campi d’internamento erano inoltre esposti ai pericoli dei bombardamenti e a possibili sbarchi aerei. «Loro lo sanno bene che siamo qui», dicevano consolandosi gli internati. Di notte si guardavano i duelli di fuoco della difesa contraerea e le incursioni aeree allo scoperto, come spettacoli pirotecnici nel cielo.

I caccia inglesi decollavano dalle loro basi sfrecciando impetuosi davanti ai campi e scomparivano in un attimo nel buio della notte. Non c’erano ripari per nessuno. C’era solo Dio e la preghiera per chi credeva.
 

 

Verso i campi

 

Chi per la prima volta arrivava nei campi di concentramento restava fortemente impressionato dalla zona. Allorquando dalle belle città del Delta gli automezzi con gli internati o con i visitatori varcavano il confine.
 

 

 

 

Il panorama che vediamo su questa foto è il campo di concentramento di Fayed, ripreso dall’alto della collina nord-ovest, visibile parzialmente in primo piano a sinistra. Sullo sfondo a sinistra in alto si distingue bene sagomato nel cielo il famoso «picco dolomitico». Sotto le sue pendici si estendono in lungo verso destra, a perdita d’occhio, le ventuno «gabbie» di filo spinato che ospitavano, in tende di tipo militare inglese, gli internati e il complesso delle varie attrezzature. L’area dei campi è tagliata al centro della strada asfaltata che li suddivide in due lati.

Il comando inglese, il campo della guarnigione militare, il comando civile, le celle, i magazzini ed altri impianti generali sono situati al centro dell’area, visibili sulla foto in basso; il «kalabusc» (campo di punizione) è il primo campo in alto a sinistra; l’infermeria sta di fronte agli uffici del comando militare e a quelli del comando civile. Il campo-visite si trova un po’ più a destra. L’ingresso principale sta sull’estrema destra, sempre di chi guarda la foto.

Fu possibile scattare questa foto nella primavera del 1944 nel corso di un’escursione di gruppo sulle colline circostanti sotto la vigilanza armata della guarnigione indiana. Allora pesavano sulle spalle degli internati quasi quattro anni di prigionia, senza avvertire ancora alcuna prospettiva della fine. Il comando inglese autorizzò queste «escursioni» nel quadro delle «concessioni» dopo l’8 settembre 1943.
La foto ripresa in quattro sequenze presenta qualche imperfezione d’angolatura. A sinistra è raffigurato il Delta del Nilo con la dislocazione dei principali campi di concentramento nelle località egiziane.
 

 

 

 

Nelle ore difficili circolava una voce, non sapremmo dire quanto vera – ma comunque pare aderente alla realtà e valida per la cronaca – la quale diceva che il Governo italiano, secondo radio-Roma, considerava gli internati civili «combattenti di prima linea».
 

 

L’organizzazione

 

Il campo di concentramento di Fayed era di tipo inglese, simile a tanti altri campi di prigioni per militari, sparsi in Africa.
Si estendeva su un perimetro di oltre 5 chilometri, ospitava circa 5500 internati ed era suddiviso in 21 sottocampi, chiamati dai militari inglesi «gages» (gabbie) e tenuti separati l’uno dall’altro da una larga siepe di filo spinato per impedire l’intercomunicazione. Ogni «gabbia» accoglieva da 250 a 280 uomini alloggiati in tende e tendoni di tipo militare, dotati di un pagliericcio con durissimi guanciali cilindrici e di una specie di cesta a verghe spaziate come letto, chiamato in arabo «hafas», usata ordinariamente da quelle parti per i polli.
Ogni tenda aveva in comune un tavolo, una panca, una bacinella e un secchio. Ogni internato aveva in dotazione un piatto e una gavetta senza le posate. L’acqua da bere veniva conservata nelle pargolette di creta che le famiglie si premuravano di far pervenire insieme alle posate.
La cucina, la cambusa, le docce, l’ufficio-comando erano baracche di legno. I servizi igienici erano scheletri di legno ricoperti di stuoie, attraverso le quali passavano folate di vento e di sabbia e traspariva lo scenario indecoroso dei buglioli pieni di mosche ronzanti, soprannominate giustamente «picchiatelli».
Al centro della grande tendopoli c’era il campo-visite in cui avvenivano gli incontri emozionanti e il distacco straziante tra internati e congiunti. Poco più in là c’era l’infermeria del campo sprovvista di attrezzature e medicine.
All’estremo sud – sotto il «picco dolomitico» – c’era il «kalabush», il campo di punizione, dove finiva soprattutto dei poveri innocenti vittime dei capricci assurdi degli ufficiali inglesi.
Sul lato ovest c’erano le celle per le pene più severe. I gatti intelligentemente addestrati portavano nelle celle le sigarette legate al collo, passando sotto l’uscio e facendo impazzire per il mistero gli Inglesi. Il soggiorno in cella era duro e penoso. Oltre allo stato di cattività, ai lavori forzati e ad altre restrizioni alle sette del mattino il sergente di guardi imponeva di sottostare alla cosiddetta «doccia scozzese». Un internato ebbe il coraggio di sottostare impavido alla «doccia» (fatta con lanci di secchi d’acqua fredda) fino a far esaurire le forze del soldato e farlo urlare: «Maledetto, vuoi fare morire me?».
Successivamente fu installato il «black-camp», il campo nero, per i protestatari che altri non erano se non i difensori d’una comune causa contro le ingiustizie, gli abusi e i soprusi perpetrati contro gente inerme.
L’area dei campi era tagliata in mezzo – da est a ovest, su tutta la sua lunghezza – da una strada asfaltata, chiamata «viale principale» e serviva al traffico della grande tendopoli e alla «distensiva» passeggiata settimanale nelle poche ore di libera uscita.
I campi erano posti sotto il diretto controllo dell’autorità militare inglese della zona. Il comando del campo era affidato ad un colonnello coadiuvato da un gruppo di ufficiali, sottufficiali e da un corpo di guardia addetto anche alla fureria del comando. Le sentinelle furono quasi sempre di colore. Una sola volta, per un breve periodo, fu inviato un contingente di soldati inglesi ritirati dalle furiose battaglie del maggio 1941 nel deserto libico. Dimentichi dei doveri militari e stimolati dall’astuzia affabile dei latini prigionieri fraternizzarono subito, inducendo il sospettoso comando a sostituirli in fretta con soldati di colore.
I campi erano guardati a vista giorno e notte dalle sentinelle di ronda e dall’altro delle torri di guardia, con l’ordine di sparare contro chi avesse tentato di evadere.
 

 

Tentativi di evasione

 

Ciò nonostante, le numerose evasioni motivate dal desiderio di rivedere la famiglia, o sollecitate da preoccupanti situazioni economiche e familiari o da altre gravi questioni private, non si arrestarono mai e furono l’assillo permanente degli Inglesi.
Il comando, pur avendo impartito ordini severissimi comportanti la minaccia di rigorose rappresaglie, non solo non riuscì mai ad impedire le fughe, ma ebbe gran filo da torcere per la fantasia indomita dei detenuti civili.
Si fugge dai campi di giorno e di notte con stratagemmi inimmaginabili. C’è chi evade rinchiudendosi nelle pattumiere, lasciandosi portare fin fuori zona con lo scarico dei rifiuti; qualche altro, travestito da indigeno, passa indifferente in pieno giorno davanti alle guardinghe sentinelle indiane che, secondo il comunicato del colonnello inglese, provenivano da un corpo speciale addestrato a vedere bene di notte e al buio e ad impedire le evasioni con le fucilate. Altri studiavano per giorni e giorni i movimenti delle sentinelle, i quarti di luna e ogni altro particolare fino al momento in cui, con un paio di pinze, tagliavano i fili spinati e varcavano coraggiosamente il reticolato del campo.
Due internati tentarono di evadere scavando nel terreno della tenda una profonda galleria, che doveva sbucare fuori del recinto reticolato. Scoperti dagli Inglesi poco prima dell’avventurosa fuga si sentirono congratulare da un maggiore con queste parole: «Siete stati bravi, ma non avete avuto fortuna». Per premio ebbero la cella di rigore.
L’ordinamento interno dei campi, la gestione amministrativa, la disciplina, ecc., erano affidati ad un comando civile centrale a comandi autonomi in ogni singolo campo.
Essi si componevano di internati volontari che, con il beneplacito del comando inglese, si adattavano ai più disparati servizi: comandante (capo-campo), vice-comandante, cambusiere, cuciniere, marmittone, carrettiere, spazzino, caffettiere, portalettere, spaccalegna, portaordini, eccetera. Era un volontariato oneroso, pieno di fastidi, accettato comunque con abnegazione in nome d’un comune interesse volto a salvaguardare la fragile esistenza quotidiana.
Il comandante era «buono» o «cattivo» nella misura con cui sapeva migliorare il rancio e aiutare il prossimo. Doveva essere una specie di taumaturgo, altrimenti veniva messo in crisi dalla protesta popolare o indotto alle dimissioni.
 

 

Nella nuova realtà

 

Nel quadro di questa struttura s’innestava la nuova realtà quotidiana: adunata tutte le mattine e le sere per la «conta», la coda per prendere il rancio, spesso scarso e immangiabile (il pane era umido e infarcito di ogni indigeribile mistura, i legumi pieni di bestioline), la pulizia alla tenda e al campo, bucato, lavaggio delle stoviglie, le ispezioni della gendarmeria inglese e le sue reazioni vessatorie con la minaccia delle armi in pugno e delle botte, infine la preoccupazione della sopravvivenza fisica e morale. L’acqua era scarsa, durava meno d’un paio d’ore al giorno e da tre rubinetti doveva sgorgare il fabbisogno per 280 internati.
Era una sofferenza atroce trovarsi sotto la temperatura di 50° all’ombra con la bocca prosciugata dal calore e dalla sete e per diversi giorni non potersi rinfrescare il viso. L’acqua in certe ore del giorno era bollente. Non si è mai ben capito perché venisse a mancare proprio quando il caldo si faceva più sentire. In quei momenti le crisi nervose sfociavano in banali liti, superate fortunatamente con comprensione.
La fame ed altri bisogni non sarebbero mai stati soddisfatti se dalle città le famiglie degli internati non avessero inviato il periodico «pacco» con viveri e d’altre cose indispensabili per la sopravvivenza in campo. Ed era fame perché si andava a dormire la sera con una gavetta di tè al massimo, quasi amaro, oppure consumando quanto era rimasto dello scarso pasto del mezzogiorno. Al limite si stava anche digiuni.
Se il pacco-viveri non arrivava per qualche motivo allora cominciava l’era della fame e della crisi. Molti si ammalarono per deperimento organico. Allienante era la cattività senza conoscerne la fine, il tormento per la famiglia lontana rimasta nella solitudine e la monotonia dei giorni, lunghi e tutti uguali.
Gli internati nel complesso cercarono di reagire con prontezza ai molti disagi e soprusi della prigionia.
Ne è stata prova il loro morale sostanzialmente buono anche nei momenti più difficili e il loro spirito vivace che fece di quel perimetro di sabbia e di prigionia un campo di vita e di attività.
Su una parete del campo «16» una scritta testimoniava il morale degli internati citando il verso d’una canzone patriottica che diceva: «Patria … il tuo ricordo è la passion che ci dà forza nel dolor».
Gli internati si dedicano ai mestieri e ai lavori artigianali più vari come pure ai piccoli commerci, con il modesto guadagno dei quali provvedono ad aiutare le famiglie rimaste senza introiti finanziari, oppure contribuiscono alla forte spesa di un lungo e faticoso viaggio per un breve momento d’intimità nel campo visite.
Alla vita della tendopoli viene data un’impronta colonizzatrice che suscita lo stupore degli Egiziani, degli Inglesi e dei visitatori diplomatici.
L’abbigliamento e l’aspetto fisico è tutto coloniale: volti abbronzati dal sole, barbe lunghe e folte, caschi e sahariane coloniali, calzoni e camicie kaki, occhialini e pantofole da beduini per i giorni di «libera uscita» e di visite; corpo seminudo e zoccoli ai piedi nei giorni feriali. Lo scacciamosche fatto di fili di canapa ricavati dalle corde delle tende era indispensabile soprattutto per l’ora della siesta e nei momenti dei bisogni corporali, ma accentuava anche un certo stile coloniale.
 

 

Il deserto vivificato

 

Nascono e proliferano attività artigianali e si creano dal poco e dal nulla vere e proprie opere d’arte e d’ingegno. Con gli ossi della carne della razione-viveri (più ossi che carne), la legna da ardere dei fornelli, le pietre del deserto e il filo spinato (ce n’era talmente tanto che non finiva mai!) si fabbricavano gli oggetti più disparati. Alcuni erano di tale raffinata fattura e di tale bellezza creativa da richiamare persino l’interesse dei commercianti del Cairo e di Alessandria. Gli internati italiani si può dire che avevano attenuato la guerra dell’odio con l’incanto del proprio lavoro. Per migliorare la produzione artigianale si costruirono gli strumenti di lavorazione e s’importarono dalle città – tramite le visite – alcune materie prime. Con le coperte di lana e le tele dei materassi «importati» dal deposito inglese, i sarti di professione o d’occasione confezionavano a mano meravigliosi giubbotti, camicie, sahariane e pantaloni, con l’argilla del deserto si inventò una sostanza per la fabbricazione di sapone economico. Con la stessa argilla impastata con sabbia crivellata, ricavata dal suolo, si fabbricano i mattoni e si costruiscono casette, villette, cappelle, ritrovi, bar, teatri, palcoscenici, cippi, statue, monumenti, ripostigli, armadi, panche, eccetera. Ogni elemento della natura e del campo viene sfruttato, manipolato e utilizzato fino in fondo per migliorare le condizioni della prigionia. Si crea intorno un po’ di verde coltivando giardinetti e orti che producono verdure, insalata, pomodori, patate, angurie, meloni ed altro. Qualcuno tenta persino di fabbricare il vino e … più o meno ci riesce.
Taluni scoprono di possedere talenti nascosti. Il campo di concentrazione rivela e riafferma l’ingegno e la laboriosità degli Italia d’Egitto e offre un esempio di civile impegno.
Il colonnello della guarnigione egiziana, ispezionando i campi, si sofferma davanti ad una tenda, guarda ammirato un artigiano che lavora un sasso nel deserto ed esclama: «Sapevo che eravate artisti ingegnosi, ma non pensavo mai che vi sareste serviti anche dei sassi del deserto». Il colonnello inglese Smith, comandante del campo di concentramento nel 1940, dice: «Se un giorno mi dicessero che gli internati hanno fabbricato i cannoni non mi stupirei».
L’attività non si esaurisce con l’artigianato, ma si estende al settore della musica con un’orchestra sinfonica di 40-45 musicisti, un complesso jazz di prim’ordine, e diversi quartetti e quintetti. Accorrono per sentire i concetti gli ufficiali inglesi della zona e, dopo l’8 settembre, li invitano a suonare fuori zona per i militari.
Il generale Ford, dopo aver assistito ad un concerto jazz rivolge ai presenti questo elogio: «Ho girato il Medio Oriente ed altri Paesi, ma non ho mai sentito un’orchestra così capace». Tra i musicisti c’erano maestri di notevole valore e fama.
Il «Gotha» del campo di Fayed è ricco di nomi prestigiosi e registra tutte le categorie professionali e sociali: operai, impiegati, pittori, disegnatori, ingegneri, architetti, giuristi, professori, tecnici, maestri, attori, giornalisti, medici, artigiani, cuochi, pasticceri, parrucchieri, imprenditori, commercianti, industriali, dirigenti, eccetera.
Nei campi si studia, si lavora, si pratica lo sport, si organizzano spettacoli teatrali e di varietà con attori che erano vanto dei Gruppi filodrammatici della collettività. Si inventano dolci – tratti dagli alimenti di base della modesta sussistenza inglese – che fanno invidia alle pasticcerie cittadine. Si compongono poesie e musica, si scrivono prose e canzoni, si disegnano cartoline e biglietti d’auguri, si dipingono quadri, si preparano pizze e «locomades» (specie di crespelli), si cucinano spaghetti in tenda, di celebrano funzioni religione e matrimoni, si suonano le campane delle artistiche cappelle innalzate dagli internati per chiamare i fedeli alla preghiera e soprattutto si parla molto, il che anima la speranza o ridimensiona le illusioni.
 

 

Succede di tutto

 

Si fa di tutto e succede di tutto: le adunate straordinarie notturne ordinate dagli inglesi per annunciare che la tale città è stata bombardata da mille aerei della RAF, oppure per sfogare la rabbia d’un bombardamento tedesco subito da una città britannica, le bastonature della gendarmeria inglese, il coprifuoco notturno, la cessazione delle concezioni, le offese gravi e provocatorie del colonnello e dei suoi ufficiali, la sospensione o il blocco dei pacchi-viveri nei depositi di distribuzione fino a farne deteriorare il contenuto alimentare in conseguenza del caldo. C’erano anche le ispezioni che mandavano in «kalabusc» internati solo perché sorpresi dall’ufficiale d’ispezione nell’interrompere la posizione di «attenti» davanti alla tenda per scacciarsi una mosca dal naso o per aver scoperto un puntino nero sulla tela del pagliericcio o perché addirittura il terreno non era stato rastrellato bene e così via per cento altri futili motivi.
Nel corso di una ispezione punitiva al campo 14, effettuata per l’offesa immaginaria subita dal colonnello nell’ispezione del giorno precedente, («per scarsa educazione nei riguardi del colonnello» diceva l’accusa senza fornire ulteriori chiarimenti) il capitano mandò in «kalabush» per due spasmodiche ore ben 40 internati con pretestuosi motivi.
Agli imputati veniva intentato un processo sommario davanti al colonnello (in questo caso anche presidente del piccolo tribunale) dallo sguardo arrossato dai fumi di Bacco. Non di rado il processo si apriva, si svolgeva e si chiudeva sotto una scarica di pugni e di pedate, della gendarmeria, ai fianchi e al posteriore dell’imputato.
C’era pure la radio clandestina alimentata dalle batterie asportate dal reticolato di cinta sotto il naso delle sentinelle o ricevute dall’esterno clandestinatamente, per sentire la voce di radio-Roma. La presenza della radio in campo preoccupò moltissimo il comando inglese. Dopo aver scoperto l’arrivo delle batterie con i pacchi-viveri, su segnalazione della polizia del Cairo, fece effettuare una improvvisa perquisizione nei campi da alcuni plotoni i quali, rovistando dappertutto, razziarono prodotti, bevande, oggetti di valore, denaro. Quella perquisizione costò nove ore a torso nudo sotto il sole cocente di maggio, bloccati all’esterno del campo, sul piazzale delle adunate, dai soldati indiani, senza bere e senza mangiare. La radio non venne trovata e si ebbe un forte giro di vite. La faccenda trovò una «soluzione all’italiana» e la radio continuò a funzionare clandestinamente. Infatti la tromba delle ore 21,30 riprese a suonare armoniosa il silenzio fuori ordinanza per segnalare agli internati le notizie «rallegranti» (quando tali erano) trasmesse poco prima da radio-Roma. C’erano i «lungimiranti» e i «filosofi» che giunti a Fayed piantarono l’albero del ricino e della vite per assicurarsi un po’ di verde intorno, si costruirono subito lo sgabuzzino e la casetta d’argilla per migliorare le proprie comodità, suscitando l’ilarità, l’ironia e la rabbia di chi credeva d’uscire dal campo da un mese all’altro.
Un giorno una mano rabbiosa scrisse in lettere cubitali sulla baracca del campo «11»: «Abbasso il disfattismo».
Ci furono infine i momenti esaltanti delle avanzate italiane sul fronte egiziano, le notizie beffarde, le speranze deluse, le lacrime e il sangue che bagnarono la sabbia asciutta del deserto.
 

 

Vittime inermi

 

Ricordiamo qui in modo particolare: Angelo Caruso e Guglielmo Falorni, colpiti a morte innocentemente dalle fucilate delle sentinelle, nella forsennata sparatoria del 3 febbraio 1941 in cui rimasero feriti 10 internati; Costantino Vinello, colpito a morte l’8 maggio 1941 da una sentinella indiana ubriaca, mentre era in tenda a lavarsi i denti; Arcangelo De Leonardis, caduto l’8 marzo 19412 sotto le raffiche delle sentinelle indiane nel corso di un tentativo d’evasione. Ma vogliamo ricordare qui, per tutti, chi morì anche per altre cause: Padre Teofilo Caprio, dell’ordine francescano di Terrasanta, parroco della chiesa di San Francesco ad Alessandria, grande figura di benefattore, prodigatosi fino all’estremo delle sue possibilità per i suoi compagni di prigionia, deceduto per infarto nel tardo pomeriggio del 25 luglio 1943; Mario Esposito il più giovane degli internati, deceduto a 19 anni il 6 luglio 1943 nell’infermiera del campo, a seguito d’un intervento operatorio urgente.
Nel campo di Fayed morirono complessivamente 38 internati e 12 rimasero feriti nelle selvagge e pazzesche sparatorie. Incalcolabile resta invece il numero di coloro che uscirono dal campo ammalati e morirono successivamente per le sofferenze patite in prigionia.
L’assistenza sanitaria era inadeguata e insufficiente mettendo a difficile prova i prodigiosi e generosi medici italiani, prigionieri di guerra del fronte libico e internati nell’infermeria del campo.
Ci fu anche il momento in cui si dovettero fare precise scelte politiche imposte dal comando inglese dopo l’8 settembre 1943, senza disporre di elementi oggettivi sulla situazione politica italiana.
Fu definita una coercizione morale su chi sapeva d’essere solo ed unicamente italiano.
L’unico momento in cui l’internato ritrovava se stesso e il suo ambiente intimo era quando in un angolo del campo visite si ritrovava con qualcuno dei suoi congiunti: moglie, figli, genitori, sorelle. Nell’intimità di quell’angolo, per poche ore ed in poche parole, si dovevano dire tante cose, ricordando e raccomandando la casa, i figlioli, i genitori e pensando insieme all’avvenire e alla situazione. Quando le visite per un qualsiasi motivo venivano sospese o addirittura respinte dalle autorità militari alla soglia del campo, quelli erano i giorni più tristi della prigionia in cui l’angoscia soffocava il cuore e strappava le lacrime anche ai più forti. Le visite erano poche e rare in un anno e gli anni di prigionia trascorsi a Fayed furono più di quattro (esattamente cinquantadue mesi e dieci giorni). A sostituire le visite vi era il surrogato della corrispondenza, limitata mensilmente nel numero di lettere e di cartoline. Allora si scriveva in anticipo per sentirsi vicini ai propri cari e si spediva quando lo consentiva il regolamento. Questi sono alcuni brevi accenni dei fatti più significativi d’una lunga storia: un’infinità di altri episodi piccoli e grandi, tristi e grotteschi che a poterli citare tutti si riempirebbero centinaia di pagine.
Il campo di concentramento di Fayed non era un «camping turistico» come soleva dire sarcasticamente il capo dell’ufficio politico stranieri di Alessandria. Fu una vera e durissima prigionia – interrotta di tanto in tanto da qualche lieve nota nella drammatica situazione di tutti i giorni – che fece dire talvolta disperatamente «meglio il fronte della prigionia». Essa si concluderà contemporaneamente al triste consumarsi della Patria lontana.

1.            bartolini mario
2.            battaglia amedeo
3.            bellocci amedeo
4.            bergossi domenico
5.            bertone guido
6.            inetti corradso
7.            bonazinga silvio
8.            bugni pietro
9.            cafasso ettore
10.         campo alberto
11.         cardullo salvatore
12.         carnaza egizio
13.         caruso angelo
14.         chiaverri alberto
15.         chini piero
16.         cimmino paolo
17.         colucci gustavo
18.         dandolo pietro
19.         de leonardis arcang.
20.         de maria luigi
21.         de micco cosimo
22.         di stefano stelio
23.         esposito mario
24.         esposito pasquale
25.         esposito Stanislao
26.         failla Giorgio
27.         falorni Guglielmo
28.         Feola …. (?)
29.         giampieri romigio
30.         gigliotti rosario
31.         grassi gino
32.         grasso Alfredo
33.         guidotti nello
34.         lifonti Giorgio
35.         lo gelfo salvatore
36.         mafera orlando
37.         Magnani Aldo
38.         Manfrici Gasparre
39.         Manusardi Calòo
40.         Mazzeo Mazzini o.
41.         meliadò vittorio
42.         messina natonio
43.         monti Giuseppe
44.         morsello Gaetano
45.         munzone vincenzo
46.         orfanelli iveo
47.         palazzolom ariano
48.         partesano Giuseppe
49.         penso gildo
50.         petrignani vincenzo
51.         pizzi amedeo
52.         polzi ezio
53.         quartarone marc.
54.         rabbito paolo
55.         rech mario
56.         rocchitelli p.le
57.         rupp Giuseppe
58.         rustichelli f.do
59.         sancilio Gaetano
60.         Santoro Alessandro
61.         sauda Fiorello
62.         scognamiglio m.le
63.         silvestrini dante
64.         spadaio amedeo
65.         spadaio Yolanda
66.         spairani mario
67.         squeo fiero sauro
68.         susini Giorgio
69.         Teofilo caprio (Sac.)
70.         tinche guido
71.         todesco Guerrino
72.         trafiletti Michele
73.         vinello costantino
74.         vito di majo (Sac.)
75.         widmer carlo
76.         zanobetti Umberto
77.         colla Umberto
78.         poli Giacomo (Sac.)
79.         bellotti Guglielmo
Guerre 1911/1912 – 1915/1918 – 1935/1936

CADUTI: 252

 


 

Medaglia d’oro

Al valor militare

 

GIARDINA Aldo di Luciano e fu Bonello Regina, da Alessandria d’Egitto, classe 1912, sottotenente complemento, IV battaglione coloniale «Toselli».
«Valoroso fra i valorosi di un glorioso battaglione coloniale, condusse eroicamente il suo reparto nelle più sanguinosa mischie sulle ambe di Cheren. Nel corso di un accanito combattimento, che con alterna vicenda durava ormai da circa sei ore, pur avendo mozzate le dita di un piede da una raffica di mitragliatrice, si lanciava alla testa dei suoi indomiti ascari al contrattacco rigettando indietro il nemico sempre più numeroso e poderosamente armato. Nuovamente e più gravemente ferito, noncurante del sangue abbondantemente perduto dall’arteria femorale colpita e tenuta stretta da una cinghia di cuoio, continuò intrepidamente a combattere fino a quando non cadde a terra privo ormai di forze e quasi morente. Per i suoi valorosi e fedeli ascari, l’eroico soldato, oggi fortemente menomato nel fisico, è e resterà nel tempo il “Leone del IV Toselli”. – A.O. 6-12 febbraio 1941.»

 

 

L’elenco dei Caduti nella guerra 1940-1945 è il risultato d’una ricerca condotta per oltre un anno tra i nostri connazionali rimpatriati.

Dubitiamo tuttavia che esso sia completo poiché la ricerca effettuata si è basata sulla collaborazione dei sopravvissuti non tutti facilmente reperibili.
L’appello, rivolto a suo tempo attraverso la nostra stampa periodica, ad amici e conoscenti, per la segnalazione di altri nomi di Italiani d’Egitto morti per la Patria in guerra, resta sempre aperto all’aggiornamento.
Per le guerre 1911/1912 – 1915/1918 – 1935/1936, abbiamo citato il numero totale dei Caduti.
Nel riquadro in alto pubblichiamo la motivazione della Medaglio d’Oro al valor militare conferita ad Aldo Giardina.

 

 

StelLette e

grigioverde

di Vincenzo Di Gregorio

«… Non maledite!
Vostra madre piange su di voi …»
(G. Pascoli: «All’Italia raminga»)
 

 

LA GUERRA E GLI ITALIANI D’EGITTO

 

 

10 giugno 1940: comincia il conto alla rovescia della disastrosa avventura che con moto accelerato ci porterà alla tragedia nazionale. Le ostilità debbono ancora cominciare ufficialmente e già il primo italiano, ad Alessandria, varca la triste soglia dell’ex lazzaretto del Gabbari per aprire la via del Calvario ad altre migliaia di italiani d’Egitto. Una via traumatizzante e mortificante, percorsa con fortezza d’animo e disperato coraggio e al cui termine non si schiude la meta che una propaganda metodica e illusoria ha definito immediata ed esaltante, ma una somma di sofferenze, di dolori, di rassegnazione ad un amaro destino che ha coinvolto tutta la Nazione. Eppure, dall’amico Paese che ci ospitava non ci si aspettava un sì duro trattamento, anche se è pur vero che gli egiziani furono solo strumento – e a volte non sempre docile – della potenza occupante.
 

 

Amicizia verso l’Egitto

 

Allo scoppio della guerra, fra l’altro, il Governo italiano pubblicò una solenne dichiarazione in cui si proclamava pieno rispetto per la sovranità e l’integrità dell’Egitto: era un’ennesima prova di amicizia che aveva il suo peso soprattutto morale e mai si giunse alla rottura ufficiale delle relazioni diplomatiche tra Roma e il Cairo. Ci fu solo un’interruzione di rapporti imposta all’Egitto del Governo di Londra e sancita dalle operazioni militari.
In fondo, l’atteggiamento dell’Italia era coerente con una politica di amicizia tradizionale e secolare, la cui ultima manifestazione si ebbe nel 1936. A Montreux, quando si avviarono le trattative per l’abolizione del superato e mortificante regime capitolare, la delegazione italiana fa la prima ad esprimersi in favore delle legittime aspirazioni egiziane di fronte alle riserve e alle tergiversazioni di altre parti.
L’Italia, comunque, dava inizio all’impari conflitto e gli italiani d’Egitto – sempre e comunque fedeli alla Patria, a quell’immagine idealizzata e sognata sotto tutti i cieli e in tutti i tempi dagli italiani all’estero – si sentirono imbarcati sulla fragile navicella d’Italia, destinata a infrangersi sugli scogli di una catastrofe generale. «Righ or wrong, my country»: ogni altra considerazione esulava dalla mente degli ottomila connazionali che – soldati senz’armi – videro per circa cinque lunghi anni il loro orizzonte racchiuso tra cielo e sabbia, nell’esasperante monotonia del deserto, senza distinzione di ceto, laici e religiosi, spesso alla mercé degli umori di carcerieri sempre armati che alternavano la spietata persecuzione allo scherno feroce, a seconda delle vicende della guerra. Non furono risparmiate nemmeno le donne, che non poche furono rinchiuse a Mansurah, perché … ritenute pericolose per la sicurezza delle forze britanniche.
Nello stesso tragico giugno, molti italiani nati in Egitto – per lo più giovani e giovanissimi – giungevano in Italia per un periodo che la propaganda si affannava a definire brevissimo, aggiungendosi a quelli che via via li avevano preceduti. Anch’essi risposero all’appello della Patria in armi, rinverdendo una mai sopita e documentata tradizione.
E a questa vogliamo accennare, memori e orgogliosi. Gli italiani d’Egitto, però, ricordano non per presentare conti e rivendicare privilegi, ma perché guardano e ribadiscono un loro indiscusso primato morale in tutte le vicende della Patria.
 

 

Le guerre d’indipendenza

 

E’ l’alba del Risorgimento. Conclusasi la parabola napoleonica, la reazione costringe alla fortunosa via dell’esilio molti italiani che avevano creduto nell’incipiente libertà: si rifugiano in Egitto, ove trovano ospitalità nel nucleo di quella che doveva poi divenire la più prosperosa collettività italiana del Mediterraneo. E in Egitto si continua a sperare nei destini d’Italia, si cospira e di lavora. La sera del 7 luglio 1819, ad Alessandria, undici italiani – definiti «carbonari» – sono arrestati a seguito di una dimostrazione contro l’assolutismo della S. Alleanza. La Costituzione di Spagna – concessa da Carlo Alberto nel marzo 1821 – sprona gli esuli, che numerosi si affrettano a ritornare in Italia per partecipare agli eventi, ma la brevità dell’illusione li riporta in Egitto, con file ingrossate di patrioti perseguitati: attorno al 1830 è sicura l’esistenza – per lo meno in Alessandria – di un nucleo della «Giovine Italia».
Monzambano, Valeggio, Pastrengo, la gloria di Goito esaltano i nostri connazionali e copiose sono le sottoscrizioni e le raccolte di aiuti in favore dei feriti della prima guerra d’indipendenza e degli esuli dal Lombardo-Veneto. Al gen. de Laugier, comandante degli intrepidi goliardi di Curtatone e Montanara, gli italiani d’Egitto donano due pistole turche, pegno di ammirazione per tanto eroismo. Ma la «fatal Novara»spinge altri profughi verso la terra del Nilo, ove si spera e si crede fermamente nel compimento della nostra libertà.
Il «decennio di preparazione» vede anche in Egitto fervide iniziative: gli italiani colà residenti non sono sordi all’appello del Gioberti, che esorta i consoli sardi a risvegliare il sentimento della nazionalità, «perché la Patria fosse tolta a straniero servaggio».
Nuova sottoscrizione nel 1855 per i combattenti di Crimea – ove italiani d’Egitto sono in posti di responsabilità fra le truppe egiziane schierate a fianco della Turchia – e nel 1856 per l’acquisto di diecimila fucili, da inviare «alla prima provincia italiana che fosse insorta contro lo straniero», e di cento cannoni destinati a munire la fortezza di Alessandria in previsione di una nuova guerra contro l’impero bicipite.
La seconda guerra d’indipendenza vede la partenza di volontari italiani dall’Egitto: non una nave salpa verso l’Italia, tra l’aprile e il giugno 1859, senza nuclei di uomini e somme raccolte per sostenere lo sforzo bellico. Villafranca sorprende dolorosamente la collettività, che «accarezzava maggiori idee e il compimento dei destini della Patria». Esultanza e manifestazioni di giubilo salutano le «Annessioni», mentre nell’aria si sentono le prime avvisaglie dell’epopea garibaldina. Uomini e armi partono da Alessandria verso la Sicilia, non appena i «Mille» sbarcano a Marsala per liberare il Mezzogiorno dal Borbone. E proprio recentemente, l’apposita rubrica di una rivista ricordava che, nel luglio 1875, giungeva a Garibaldi un dono di 7.826 lire in oro, inviate dagli italiani residenti in Egitto. Presentito e atteso giunge l’annuncio, il 27 marzo 1861, della solenne approvazione della legge che proclama il Regno d’Italia con Roma capitale. Alcuni giorni prima è sancita dalla collettività la fondazione del «Collegio Italiano» di Alessandria – primo nucleo di scuole fiorenti – e dell’«Ospedale Europeo» del Cairo: una sintonia con gli avvenimenti patri, un fervore di iniziative che dimostrano una coscienza nazionale radicata e diffusa fra gli italiani d’Egitto ancor prima che in alcuni strati della Penisola.
L’unità d’Italia rinfranca e rasserena la collettività, che si sente ormai politicamente tutelata da un solo Governo: non più sardi, napoletani, veneti dipendenti da vari consolati, ma italiani e soltanto italiani che guardano fiduciosi successivamente a Torino, a Firenze e a Roma finalmente capitale.
 

 

La grande guerra

 

Anche la cosiddetta espansione coloniale vede la partecipazione degli italiani d’Egitto: persino ad Abba Garima, tra le «batterie siciliane», il cui eroismo è testimoniato da un combattente alessandrino, che chiude la sua vicenda terrena nella lontana Australia, dopo il primo triste esodo seguito al secondo conflitto mondiale.
La collettività frattanto si assesta nelle sue istituzioni e organizzazioni, si sviluppa florida e pacifica con una schiera imponente di professionisti, impiegati, tecnici, operai, industriali, commercianti, artigiani, che continuano a dare il loro tradizionale contributo all’emergere dell’Egitto moderno.

Maggio 1915: l’ora delle grandi rivendicazioni è suonata: l’Italia si appresta a concludere il ciclo del Risorgimento e delle aspirazioni nazionali.
La mobilitazione in Patria si estende agli italiani d’Egitto, che partono volontari o richiamati. Molti vengono destinati in Palestina, per rafforzare lo schieramento alleato nel Levante, ove si crea un bastione per frustrare eventuali velleità ottomane. La masse è sul fronte italiano, in Francia, in Albania e dona generosamente il suo contributo di sangue con un bilancio pesante: morti, mutilati, invalidi, feriti iscrivono a schiere i loro nomi nell’Albo d’Oro della Patria. Concluso il proprio dovere con fierezza, i superstiti rientrano in Egitto, paghi solo di avere bene meritato.
Si riprende l’attività civile, mentre in Italia maturano avvenimenti decisivi e l’assetto di nuove istituzioni. E il consolidamento del fascismo ha riflessi un po’ dovunque fra le collettività all’estero e in particolare su quella residente in Egitto, ove il regime capitolare consente alle autorità ufficialmente accreditate di usare in profondità e in estensione tutti i mezzi di comunicazione di massa allora disponibili. Si toccano le fibre del patriottismo, che sempre vibrano in chi vive lontano dalla propria terra. E non appare inopportuna, a questo punto, qualche considerazione, che non indulge al vittimismo o a postume giustificazioni.
All’estero, quella della Patria è sempre una visione idealizzata, se ne esaltano le affermazioni, si vede solo la facciata del bello e del buono: si ignorano però i dati effettivi velati dalla retorica, non si dispone degli elementi indispensabili, noti solo a chi vive nell’intima realtà del Paese.
L’abolizione del passaporto rosso; la dizione di «italiani all’estero» che vuole nobilitare quella certo amara di «emigrati»; colonie estive; manifestazioni patriottiche; organizzazioni giovanili e assistenziali; moltiplicazione di scuole, di premi e di aiuti; una politica di conclamato prestigio, ecc.: tutti fattori che incidono su chi vede la Patria senza aggettivi, su chi al suo culto viene cresciuto, sui giovani soprattutto. E si crede, fermamente si crede, con purezza di spirito, con onestà di intenti, senza rancore verso chi sapeva e non volle dire o disse sapendo di mentire.
 

 

Dono alla Patria

 

Il 2 ottobre 1935 le truppe italiane passano il Mareb: l’Italia – è ormai storicamente pacifico – «partecipa» alla guerra d’Etiopia e da tutto il mondo accorrono i volontari. In Egitto la tradizione si conferma: a migliaia si presentano gli italiani, a decine sono presenti nelle due legioni di volontari dall’estero che partecipano alle operazioni sul fronte somalo. Commovente il dono dell’oro alla Patria: furono circa due quintali, ma non è il peso materiale e il valore venale che contano: fu il significato morale, la spontaneità dell’offerta, la gara nobile e generosa di umili e di abbienti per l’Italia impegnata in una guerra che da vicino toccava gli italiani d’Egitto: il passaggio delle nostre navi con le truppe dirette in Africa Orientale fu sempre occasione per manifestare solidarietà, per ribadire il vincolo che univa, nella visione della Patria lontana, chi era a terra e chi era a bordo: gente della stessa stirpe, figli della stessa madre.
Ma nello stesso anno 1936 comincia la rottura di un incantesimo, ha inizio il travaglio degli italiani d’Egitto, che subiscono stringendo i denti. Le altre collettività ci guardano con sospetto, si profila un’asfissia lenta e metodica, attenuata però dal rispetto per il nostro lavoro.
Nel 1938, l’incrinatura: le leggi razziali, inutili e crudeli, suscitano la giusta e sacrosanta indignazione degli italiani colpiti, molti dei quali sono stati valorosi combattenti, sempre validi assertori della Patria, ora ingrata e dimentica. Nessun riflesso hanno però questi provvedimenti di ispirazione nazista sulla collettività ed è giusto titolo di onore: non si comprende una discriminazione che dalla sera alla mattina colpisce chi ha sempre bene meritato e pagato anche con il supremo sacrificio l’appartenenza alla terra comune.
 

 

Un chiarimento necessario

 

E all’estero cresce la diffidenza, si inaridiscono a poco a poco molti canali dell’occupazione, comincia la guerra psicologica: si sfrutta un comodo slogan che addossa ad ogni italiano la responsabilità della politica dell’allora Governo. Si crea, anche se sfumata, un’equazione: italiano uguale a fascista. Nessuna difficoltà a riconoscere con estrema onestà che gli italiani d’Egitto furono coinvolti e cedettero nel fascismo. Ma fascismo per noi era allora l’Italia; fascismo per noi era sinonimo di amor di Patria; fascismo per noi era vincolo con quella terra che molti neppure aveva veduta; fascismo era per noi solidarietà nazionale: questo ci avevano insegnato, in questo abbiamo creduto, per questo abbiamo pagato e duramente pagato, privi di qualsiasi punto di riferimento che valesse ad illuminare le coscienze.
Ogni altra interpretazione è impostura, mistificazione, comodo sfruttamento a posteriori. Gli italiani d’Egitto sono rimasti dietro il filo spinato con il loro tormento, con il cuore infranto per la sciagura della Patria: a nessuno di essi può essere attribuita la colpa di sapere e di non reagire; nessuno di essi è stato compartecipe delle violenze e dei misfatti che, quasi che la tragedia non bastasse, portarono alla guerra fratricida, con tutta la somma inumana di odi e di rancori che imperversò nell’Italia distrutta. E dietro il filo spinato – impotenti ascoltatori di una verità a senso unico – la persecuzione non fu certo elemento idoneo ad illuminare: il campo di concentramento, le privazioni, le angherie, la prepotenze rafforzano le convinzioni, non sono strumenti di persuasione, suscitano reazioni opposte a quelle a cui si tende. D’altro canto, nei campi del deserto si ripete in piccolo lo stesso tragico fenomeno a cui assisteremo in Italia quando le passioni violente, su cui soffiano tutti gli stranieri, spingono a scelte definitive e tragiche.
L’Italia, comunque, è in guerra: come in Egitto gli italiani pagano il loro tributo con la perdita della libertà, in Patria gli italiani d’Egitto assolvono il loro dovere con disciplina e dedizione. La tradizione volontaristica si rinnova, le cartoline-precetto chiamano alle armi: non si discute se a stretto rigore si tratta di cittadini nati e residenti all’estero e temporaneamente in Italia. Piccole – se nel contesto generale – ma sempre luminosissime sono le pagine da loro scritte su tutti i fronti di guerra. In Africa Orientale, nell’estrema difesa dell’ultimo baluardo, nella conclusiva vicenda etiopica è un italiano d’Egitto che sarà decorato di Medaglia d’Oro al valor militare. Italiani d’Egitto cadono in Africa settentrionale; italiani d’Egitto sono a El Alamein, in quella che fu una delle più tremende e decisive battaglie del conflitto, italiani d’Egitto sono sui ghiacciai di Russia, partecipano alla rovinosa ritirata tra le flagellanti tormente. Sempre e dovunque presenti per l’Italia, con onore e dedizione. La tragedia però si avvicina, nuovi lutti incombono.
 

 

Il sacrificio supremo

 

L’8 settembre 1943 spacca il Paese, mette in crisi le coscienze, costringe a scelte comunque dolorose. Appena il giorno dopo, nel Tirreno, insieme con tanti prodi marinai, cola a picco, colpita a morte dalla rabbiosa reazione tedesca, la corazzata «Roma» dell’amm. Bergamini: vicino a lui è un giovane ufficiale di Alessandria, che condivide forse le perplessità del suo comandante, ma ubbidisce sereno all’imperativo del giuramento, lo sguardo purissimo volto verso il Tricolore, che s’inabissa con la bella unità.
Nelle stesse terribili giornate, altro sangue versano gli Italiani d’Egitto. A Roma e nei dintorni sono concentrati «Centri» speciali di arditi e guastatori, che solo in parte hanno trovato impiego in Africa settentrionale: sono per la maggior parte italiani all’estero, soprattutto dell’Egitto, ufficiali, sottufficiali, graduati e truppa. Dall’Egitto viene anche il loro cappellano, che molti hanno avuto insegnante sui banchi di scuola. La violenza nazista è decisa a mettere tutto a ferro e a fuoco: a contrastarli, a Porta S. Paolo viene inviato d’urgenza un reparto, che un agguato destina a tragica fine. Improvvisamente i tedeschi aprono il fuoco, il reparto lotta allo scoperto, le camionette italiane sono investite da un fuoco micidiale: fra gli altri, un giovane ufficiale di cavalleria del Cairo, indimenticabile compagno di studi, è colpito a morte da una scheggia di mortaio. Altri restano gravemente feriti e porteranno per sempre mutilazioni e invalidità.
Non pochi, fedeli al giuramento, vengono deportati nei campi in Germania, campi non di internamento, ma di sterminio. Abbiamo in quel tempo ascoltato il messaggio di un giovane sottotenente – anch’egli nostro compagno di scuola – che dal campo di deportazione tedesco affidava alla radio il suo saluto al padre, internato in un campo di concentramento britannico in Egitto.
Qualcuno dalla Germania non tornerà più, stroncato dalla fame, dal freddo, dalle malattie, dai tormenti inumani, vittime della vendetta. E tra quelli che riescono a sopravvivere e a tornare, c’è chi pagherà a distanza di anni le conseguenze delle vessazioni e delle indicibili privazioni.
24 marzo 1944. l’ira tedesca sfoga in una esecranda strage le perdite subite a seguito dell’inutile attentato di via Rasella in Roma. Ebrei, detenuti politici, militari, tutta gente innocente immolata sull’altare del Moloch della bestiale malvagità umana: sono i Martiri delle Fosse Ardeatine, fucilati e massacrati in un unico antro, che sarà tomba comune e sempre meta di memore, pietoso pellegrinaggio. E fra i Martiri, un italiano d’Egitto. L’Italia cerca di reagire alla sventura, ovunque si insorge: sarà una lotta lunga, dura, terribile. Sui monti, tra le fila partigiane, sono italiani d’Egitto, inquadrati nelle più diverse formazioni: hanno fatto la loro scelta, coscienti e convinti. Altri operano nel fronte clandestino, nei diversi schieramenti che l’embrionale democrazia comincia a generare. E italiani d’Egitto sono nell’Esercito regolare, nella Marina e nell’Aeronautica e partecipano alla guerra di liberazione. Anche questa è una scelta serena in tanto tormento, chiara nell’annebbiamento che sembra avviluppare la martoriata Italia, tornata ad essere terreno di scontro fra armate straniere. E nella guerra di liberazione, sui fronti di terra, sul mare e nell’aria, tra i combattenti abbiamo i nostri caduti.
Con scelta altrettanto tormentata, certamente onesta, influenzata da una vasta gamma di motivi, nel diffuso smarrimento che ha attanagliato il Paese, italiani d’Egitto si dirigono verso il nord. Molti hanno i genitori, parenti in campi di concentramento britannici e non se la sentono di schierarsi con gli alleati; altri ritengono di non poter venir meno a un ideale; altri infine non riescono a sfuggire alle circostanze. E tra essi, adolescenti che appena si affacciano alla vita, che non conoscono le mistificazioni e le polemiche degli adulti, dominati solo dall’impeto e dall’impulso della loro giovane età. D’altro canto, a chi far capo nello sbandamento generale, soli come sono, quasi stranieri in Patria? E pagano tutti, pagano ancora più amaramente, perché la loro scelta si rivelerà senza speranza: morti, invalidi, feriti e prigionieri anche su questa parte della barricata. Sull’uno e sull’altro versante, diversa è la convinzione, ma uno è l’ideale a cui si guarda: le fortune della Patria, che ciascuno a suo modo ritiene di servire.
L’amara pagina finalmente si conclude: nella desolazione, tra le rovine materiali e morali, sulle ceneri di questa terra struggentemente amata, i superstiti si incontrano. Non una recriminazione, però: ci si guarda negli occhi – sereni come l’animo che ci ha sorretti – l’abbraccio ci ritrova fratelli, al di sopra delle parti. E ci contiamo. Quanti dei nostri non rispondono più all’appello? Quanti sono straziati nel corpo e tutti nell’anima? Non ripensamenti, tuttavia, non rimpianti per una giovinezza non vissuta, per una maturità precoce, compressi nelle vicende di un conflitto spaventoso, vittime degli avvenimenti, senza colpa, né peccato. Ma siamo d’esempio nel superamento dell’odio, che mieterà ancora vittime, e dei risentimenti che inaspriscono gli animi e fomentano le polemiche.
In quel momento si pensa anche a chi, purtroppo, è ancora dietro i reticolati dei Laghi Amari, tali anche in senso figurato. Ai nostri caduti in guerra aggiungiamo quelli trucidati – inermi – dalla follia di spietati guardiani: sono tutti accomunati nel supremo olocausto, senza alcuna distinzione: solo i vivi potrebbero turbare la pace e il sonno eterni di questi nostri fratelli, se la passione e la fazione dovessero avere il sopravvento.
Siamo fieri – e lo gridiamo – che noi italiani d’Egitto abbiamo saputo ritrovare la concordia, ci siamo scambiata la parola della pace, ci siamo solidarmente confortati e aiutati nella via della ripresa. Non ci ha fatto velo la tormenta che tutto sembrava aver spazzato nel suo vortice e ci ha disseminati un po’ dovunque. L’Italia sola era e rimaneva il nostro ideale, l’ideale al quale eravamo stati educati, le nostre speranze erano quelle stesse della Patria.
Questa, in brevi tratti, la partecipazione degli italiani d’Egitto ad oltre un secolo di storia patria.
 

 

Onore ai Caduti

 

E qui, nella sala augusta del Campidoglio, mentre onoriamo i nostri internati e sono anche con noi tutti gli italiani d’Egitto sparsi nelle terre più lontane, chiniamo la nostra bandiera ed eleviamo il nostro pensiero riverente e commosso alla memoria di Coloro che tutto hanno dato, che sono presenti in spirito: diciamo ad essi la nostra riconoscenza in questa Roma di noi tutti madre. La Medaglia d’Oro che ad essi dedichiamo appuntandola sul Tricolore dell’Associazione, senza retorica, con il nostro commosso silenzio, con il nostro affetto, è il simbolo del rinnovarsi dell’antico patto che tutti ci ha sempre uniti nell’alterna vicenda, in Egitto e in Patria. Un patto di civismo, di operosità, di impegno, per rispettare il quale nessun sacrificio è stato risparmiato, sempre ad esaltazione di questa nostra Italia, doppiamente a noi cara: l’abbiamo amata pur nascendone e vivendone lontani; l’abbiamo servita e onorata anche senza averla mai veduta; ne abbiano custodito il culto con tutto l’amore e tutta la struggente passione di cui noi italiani d’Egitto siamo capaci.
Possa la schiera dei nostri Caduti sorreggerci nel cammino, vigilare dal cielo degli eroi sul destino della Patria, proteggere sempre e dovunque il nome santo d’Italia.

DOCUMENTI ANPIE
 

Una collana speciale dalla Associazione Nazionale profughi Italiani dall’Egitto che raccoglie documenti d’informazione, di vita, di storia.
 

 

Pubblicazioni Anpie

 

Bollettino degli Italiani d’Egitto: mensile d’informazione dell’Associa­zio­ne nazionale profughi Italiani dall’Egitto.
Guida pratica per le pensioni ai deportati e agli internati nella guerra 1940-1945 e per i lavoratori all’estero non assicurati – di G. Abaldo.
Gli Italiani d’Egitto nella seconda guerra mondiale, a cura dell’ANPIE con la collaborazione di Franco Greco, Albino Caserta, Vincenzo Di Gregorio.

CENTRO STUDI, RICERCHE E DOCUMENTAZIONE
 

Istituito in Roma, dopo la Conferenza Euromediterranea di Barcellona (1995), presso la Presidenza dell’ANPIE – Associazione Italiani d’Egitto, coordina la segreteria che fornisce la documentazione richiesta dai vari laboratori, facendo circolare, nelle diverse Sezioni costituite il materiale elaborato e i livelli di ricerca raggiunti. Con uno scadenzario concordato, un periodico incontro di verifica dei risultati ottenuti ed eventuale pubblicazione dello studio, relazione, parere, documento sotto forma di: lettere informative, quaderni tematici, monografie, riviste dell’area di interesse istituzionale.
Il Consiglio Nazionale dell’ANPIE ha indicato, a grandi linee, alcuni Laboratori – gruppi di lavoro – che si sono costituiti finalizzati tutti alla tematica di fondo: Italia – Egitto / Europa – Mediterraneo nello spirito della Dichiarazione di Barcellona relativo al programma di lavoro per il Partenariato Europemediterraneo sono stati individuati gli strumenti più adatti alla realizzazione degli obiettivi e della Cooperazione per il partenariato nei settori sociale, culturale e umano: il coinvolgimento delle amministrazioni locali, il dialogo tra culture e civiltà, una più stretta interazione tra media, scambi di giovani e tra esponenti della società civile, lo sviluppo sociale, il miglioramento dei servizi sanitari, l’esame del fenomeno migratorio e la lotta al terrorismo, al traffico di droga, alla criminalità organizzata, all’immigrazione illegale.
Laboratori: Istituzioni, Educazione – Formazione, Storico – Letterario, Economia Sociale, Qualità della vita e stile di vita e Laboratorio di: Comunicazione – Informazione – Editoria.
 

 

Il Centro Studi cura inoltre:
Bollettino degli Italiani d’Egitto – periodico culturale, politico e sociale dell’ANPIE (anno XXXI)
Dizionario biografico della Collettività Italiana ed Europea nell’ex Impero Ottomano
Annuario della Comunità italiana in Egitto (vedi Balboni, Orvieto, Danovano ecc.)
Repertorio Bibliografico – Catalogo ragionato per autore e per tema: Italiani in Egitto
Agenzia per l’informazione e la promozione dei rapporti dei Paesi dell’Area del Mediterranea
Biblioteca ed Emeroteca – Mediterranea, interculturale (italiano – arabo) interreligiosa (islamo – cristiana) Istituzionale, sociale, legislativa, giuridica relativa al terzo settore (Associazionismo)
Rassegna stampa – Euromediterranea informatizzata, tematica sulla società civile, politica e cultura
Ufficio rapporti istituzionali, delle Rappresentanze Diplomatiche del Mediterraneo e degli Istituti culturali Italiani
Rappresentanza delle Istituzioni e delle Associazioni Italiane in Egitto.